Il sole di lava comunica per invisibili tubature col mio cuore, vasi comunicanti. Il mio entusiasmo sale per raggiungere il livello dell’entusiasmo solare ed insieme porta su la sintesi luminosa dei problemi da risolvere.
Poichè le donne patriottiche d’Italia hanno il difetto di piagnucolare troppo, poichè le altre meno patriottiche si lamentano dei disagi imposti dalla guerra voglio parlare senza diplomazie alle donne Italiane, dimostrando che l’ambiente delle caserme e dei depositi è talmente asfissiante di cretinismo e vigliaccheria da mutare la trincea in paradiso.
Parlo con tono rovente nel silenzio radioso mentre le campane antiche sgonnellano su e giù come donne ubriache sull’altalena.
—Donne d’Italia, voi che sentite fervere nel sangue l’odio per il nemico ereditario da scopar via ad ogni costo, non compiangeteci. Noi, nuovi Italiani, ben più alti sereni eroici dei nostri avi, siamo allenatissimi alle sofferenze eroiche della guerra!... Dopo 20 giorni di vita rattrappita, grigia, strangolata e un po’ pidocchiosa di caserma siamo felici di partire. Compiangiamo gli imboscati che amano il Deposito, poichè noi, nuovi Italiani, dopo 3 anni e mezzo di guerra siamo senza stanchezza e pieni di ottimismo fisiologico e morale. Il Deposito sappiatelo, il Deposito ci fa schifo schifo, schifo!
Rumori, brusio, grande emozione nel gruppo degli ufficiali superiori.
—E voi donne, così dette Italiane, che piagnucolate sulla mancanza dello zucchero, non vi siete mai domandato nella vostra sconfinata cretineria se avete nella zucca il sale sufficiente per vivere? Ricordatevi che noi continuiamo e vinceremo questa guerra difendendo e salvando così non soltanto la libertà di pensiero e lo spirito del mondo, ma anche ogni elasticità e lo chic, al quale tenete tanto, dei vostri vestiti e delle vostre case contro il peso professorale, la goffaggine, la balordaggine grottesca dei tedeschi!... Ma indovino in voi più ghiottoneria che amore d’eleganza, tanto più che scocca l’ora di colazione. Per ringraziarvi dei vostri fiori, o pseudo-italiane, vi porteremo tornando dopo la vittoria qualcosa che farà tacere finalmente i vostri pianti sulla mancanza di burro... Vi porteremo del buon grasso di cadavere austriaco, per le vostre tartine!... Arrivederci.
Evidentemente un alto e glorioso destino era riservato alla nostra ottava squadriglia. Dopo la grande vittoria del Piave 15 giugno il Comando Supremo preparò con perizia e con metodo l’offensiva generale predisponendo particolarmente le truppe celeri che dovevano fulmineamente lanciarsi nella prima ferita grave del fronte nemico. Le blindate costituivano coi bersaglieri ciclisti e la cavalleria queste truppe celeri, ma le tradizioni militari davano d’altra parte una importanza enorme alla cavalleria e una importanza minima e discutibile alle blindate. Nei circoli militari si negava la resistenza della blindatura non soltanto alle scheggie di granata, ma anche al fuoco delle mitragliatrici. Una volta colpiti i pneumatici cosa poteva fare una autoblindata? Come utilizzarne la velocità in caso di strade rotte e di guadi?
Tutte queste obbiezioni pesavano su noi, mentre le Forze predisponevano tutto in favore della nostra tipica e personale vittoria veloce. Infatti il 25 luglio giunge l’ordine di caricare su un treno tutta l’8.ª squadriglia. Risparmiamo così ogni sciupio alle nostre macchine che simili alle celeri Fiat dei grandi circuiti devono giungere vicino al campo di battaglia in assoluta efficenza. Portata a destinazione la 8ª squadriglia sarà immediatamente sottoposta a una prova di allenamento in una serie di brevi manovre con cavallerie e bersaglieri ciclisti.
Il 26 luglio io monto col capitano Raby e coi tenenti Bosca, Paccagnella, sulla mia auto-blindata 74 caricata su vagone aperto nella stazione di S. Albania nel porto di Genova. Tutte le auto-blindate caricate sono infioratissime. Folle di donne bambine alle balaustre del passeggiatoio. Piovono fiori. Sventolio di bandiere. Squilli di trombe. Ma non è la solita partenza per il fronte. Ci sentiamo veramente l’anima di meccanici e volantisti intorno ai motori terrestri o aerei destinati a vincere un record pericoloso, decisivo. Quando però la locomotiva fischia e il lungo treno sovraccarico di macchine da guerra irte di mitragliatrici si mette in moto l’infantile, chiassosa, patetica sensibilità popolare della partenza per il fronte accende fulmineamente tutti. In equilibrio fra i 2 taglia-fili della mia 74 io divento in tutto simile ai miei soldati e lancio a gara manate di cuore alle ragazze che sbocciano fitte ai balconi.
Prima fermata lunga a Sampierdarena, sull’alto viadotto ferroviario fra gli applausi delle finestre affollate e dei panni colorati sospesi alle corde. Tocco quasi con la punta delle dita la punta delle dita appassionate di due sorelline che mi mandano baci con nome e indirizzo. Sono brune. Capelli pesanti come i giardini liguri. Occhi che riassumono i languidi spasimi del Mediterraneo notturno. Labbra ardenti come le montagne di Sicilia coronate di boschi incendiati nei tramonti d’agosto. Denti bianchissimi e precisi come le casette strette tutte in fila bianca in fondo alle rade italiane quando si giunge sopra una nave veloce all’alba. Le due sorelle si chiamano Augusta e Vittoria. Mando loro i miei baci, ma vorrei berle poichè le sento fresche, colorate, ardenti e salate come due sorsi del mio Mediterraneo.