Kim ama anche lui Zazà, si slancia e la rovescia. Zazà rotola sotto, poi scatta e morde Kim che fugge, ritorna. Addosso a Zazà che rotola regolarmente. Nick disprezza Kim. Ma se il bracco assale Kim, Nick con spavalderia di uomo atletico, interviene feroce.
Monotonia, monotonia del sole operaio che cuoce i germi delle viti, sguinzaglia i tafani sulle groppe dei buoi, accende pruriti nella carne di quella contadinella, arroventa il dinamismo giocondo dei tre cani e gonfia il mio petto d’un’ansia soffocante di amore e di guerra. Vita da cow-boy. La nostra fattoria di Barchessa immobile, sola come una nave sul mare infinito delle pianure. Tutto il giorno senza giubba, piedi nudi nei fossi pieni di lucci, anatre, oche. Lucertoliamo al sole.
A schiena nuda sento ramificarsi sulla mia pelle il cervello di Fabre formicolante d’insetti attivissimi in guerra. Intorno, le pianure vastissime, aperte, senza alberi partono a grande velocità lontaaano verso le radici del Grappa che si copre talvolta di nuvole e ribolle di cannonate ovattate. Questo è certo un bombardamento più feroce di tutti i precedenti. Ogni sera il Grappa si incorona di vampe convulse.
All’alba erro nell’immensa pianura semi-allagata.
Nick, Kim, e Zazà mi accompagnano. Sono divertentissimi. Ma Nick sempre più innamorato di Zazà diventa insopportabile. Quel bellissimo cane tutto muscoli scattanti è, come tutti i cani di razza, un mediocre assalitore di femmine. Tenta, tenta, ritenta. Zazà si presta con mille grazie e abilità impudiche. Nick non riesce. Lingua fuori, esasperatissimo, continua anche lontano da Zazà il movimento convulso della schiena. Io lo sollevo ogni tanto per la piccola coda dura come per un manico e lo tuffo nei fossi per rinfrescarlo. C’è invece un altro pretendente di Zazà, sempre in agguato a 50, 100 metri in giro davanti una siepe o nell’erba. Piccolo cagnolino bastardissimo nero con enormi orecchie da vampiro. Ghiandusso che lo ha dichiarato austriaco lo rincorre a pietrate. L’odiato pretendente sparisce ma 5 minuti dopo eccolo a pochi metri incollato a Zazà. Tutti addosso. Guaiti, lacerazione, fuga.
L’altro giorno avevo Zazà al guinzaglio. Sicuro, non sorvegliavo. Ad un tratto doppio peso al guinzaglio. E’ lui, incollatissimo. Devo piantargli il piede sul muso per sturacciolar via la mia cagnetta. Evidentemente il piccolo bastardo è un amatore fulmineo.
Mentre le mie scarpe ruminano, brucano e masticano l’erba rasa, penso che tutti gli erranti pastori e cow-boys delle pianure americane portano nel loro corpo rimpicciolito dall’opprimente avviluppante Infinito, una minuscola rosicchiante ossessione oscena o una miserabile rapacità finanziaria. Essi non godono come me la vasta fusione dell’idea di spazio e dell’idea di tempo fra il sciiivff sciaaff dei piedi nella terra molle e pantanosa. L’abitudine delle vaste respiranti, dilatate, pianure toglie loro ogni curiosità e ogni amore per i cieli, le nuvole, le stelle e le polifonie degli insetti. Io che noto tutto, valuto, catalogo ogni sensazione letterariamente, mi sento naufragare a poco a poco nell’incoscienza dei pastori erranti.
Ma il capitano Raby mi sorprende in una di queste meditazioni e mi invita ad accompagnarlo a Padova, dove si reca a vedere un suo compagno morente all’ospedale. Ecco la divina velocità, maestra d’ogni energia e d’ogni lirismo, furente inaffiatoio di varietà sorprendenti. Mezz’ora dopo entriamo all’ospedale. Atmosfera tragica e storia ancor più tragica di questo giovanissimo ufficiale di cavalleria che prese la sifilide a Pinerolo, si curò col 606. Apparentemente guarito tornò a Pinerolo, vi prese una blenorragia.
—E’ entrato pochi giorni fa all’ospedale, mi dice il capitano Raby. Ha delle febbri misteriose, dimagra. Avant’ieri l’ho trovato con un braccio al collo. Mi raccontò che nell’agitare il termometro si era rovesciato completamente il pollice contro l’avambraccio.