Entriamo nella sala. Il maggiore medico ci dice in fretta:
—E’ morto stanotte. Ha le ossa disfatte e disgregate dal 606.
Ci avviciniamo al cadavere. Non si può resistere dal fetore. Dal naso esce una materia verdastra e delle grandi bolle che scoppiano emanando un odore di putrefazione avanzata. Il maggiore dice gravemente:
—L’uomo ha trovato due sole medicine: il chinino per la malaria e il mercurio per la sifilide. Gli antichi greci, persiani, indiani, cinesi frizionavano il corpo sifilitico con una pomata mercurale. Abbiamo fatto pochi progressi. I giovani in genere non resistono al 606, le loro ossa sono troppo fragili, si sfasciano, vedete.
26 agosto, sveglia dolorosa alle due del mattino.
Incominceranno all’alba le grandi manovre tra il Bacchiglione e il Brenta per prepararci all’avanzata tra Piave e Tagliamento. Saremo coi bersaglieri ciclisti in testa al primo corpo d’armata d’assalto sotto il comando del generale Grazioli. Ore tre, in macchina. Lotta tra la luna quasi piena che investe gli alberi coricandone le ombre lunghissime e i fanali delle blindate. Queste squassano, sfasciano sventolano le loro ombre nerissime geometriche. La campagna si gonfia di pulsazioni scoppianti di motociclette. Freddo. L’interno delle auto-blindate che diventa un forno al sole è, questa notte, una gelatiera. Un side-car con fanale bianchissimo che ci sorpassa sembra un pezzo di vita intima invernale strappata a un castello da un vento pazzo. Fantastica fuga d’una poltrona con relativo sedentario, le gambe prese nella coperta, davanti al fuoco del camino.
Le truppe si concentrano in un immenso prato di monte Galdella, orlato di squadroni di cavalleria. Si indovinano i cavalli sotto gli alberi. Fiati, fiati di fieno, sterco, piscio, acri ammoniacati mordenti. Agitazioni di groppe e code sventaglianti. Nel buio sfilano le colonne di cavalleria. Ci accodiamo alla terza. Il corpo d’armata d’assalto ha il compito di rastrellare il terreno conquistato da noi e stabilire le prime linee difensive.
Corteo lentissimo. Davanti a noi i cavalleggeri al trotto si fermano e mandano pattuglie in avanscoperta. Ci fermiamo, poi lentamente avanti. Caldo nauseante di olio bruciato nella mia blindata chiusa. Il rumore del motore con nota d’organo ostinata mi dà sonno. Apro lo sportello per non dormire. Una strada di campagna ci beve nel folto dei suoi fogliami. Ingombro di batterie da montagna someggiate con muli. Un reparto d’assalto fez neri. Arditi che sembrano scolaretti in ricreazione. Scapigliamento disciplinato. Si addensano, precipitano la marcia. Passo più che bersaglieresco. Violenti, velocissimi con maffia gloriosa. Penso all’assurdità delle manovre, cretine in tempo di pace poichè comandate da ufficiali invecchiati in caserma e imbelli; cretine in tempo di guerra poichè gli ufficiali che le comandano sono quasi tutti feriti e perciò svogliati dall’assenza del personaggio più importante: il signor Pericolo.
Siamo di punta coi bersaglieri ciclisti in contatto silenzioso col nemico. Un razzo enorme sfascia il suo fuoco nel cielo. Sono gli arditi che indicano al comando il punto estremo conquistato. Giunge a cavallo un maggiore affannato. Con voce rotta dall’emozione dice al generale: