La Marchesa apre un poco il mantello per offrire alla luce i suoi pantaloni turchi Calot in broccato oro vecchio orlati di pizzi veneziani. Ripete più volte il gesto di tirar sul seno una fascia d’oro vecchio che conduce giù i miei sguardi agli scarpini turchi oro vecchio con fibbia nera e tacchi alti madreperlacei. Ma le due mani che portano e sembrano rincorrere ciascuna due perle enormi sfiorano la parete e fanno scaturire altre luci da altre lampade cosicchè appare la faccia pallida e felina, una faccia di tigre sbiancata da un chiaro di luna intrepido.
Grandi occhi neri, lenti che fissano un punto poi un altro con le pause di un proiettore. Ricordo il proiettore italiano che dal monte Corada fissava dopo il lungo nostro bombardamento le trincee austriache del Kuk travolte, sfondate, impaurite nell’attesa del nostro assalto. Qui l’assalto è dato dai cavalloni convulsi rossi dei capelli che le incorniciano la faccia.
Ma la Marchesa non vuole dar l’assalto a nessuno. Ride, scherza, parla d’arte e della rappresentazione dei balli futuristi che andremo a vedere. La voce fresca e senza trucchi musicali contrasta col dilagare a ruota, a spirali, a volute degli sguardi muti. Questi sono pure sguardi naturalissimi, non vogliono nulla, nè fingono nulla, ma le occhiaie vaste e fonde contengono una involontaria magia di cerchi azzurri che si svolgono all’infinito.
Certamente quegli sguardi potrebbero essere fatali ad un inesperto navigatore di mari femminili. Essi sprofonderebbero intorno le pareti per creare la penombra verdastra carica d’insetti lussuriosi e veleni profumati delle foreste native. La marchesa è una milanese bella intelligente e immaginosa che ha saputo crearsi un’atmosfera equatoriale, selvaggia, dolce e truce tragicallegrissima. Sudan imbellettato in automobile.
La bocca è bella, prominente, ma poco civile. Mascelle graziose ma forti, da belva onesta. Le dimostro che nessuna donna ha mai avuto una distanza così grande fra le nari apertissime, mobili e le labbra. Risponde con una risatina a scatti, assolutamente inadatta al senso delle parole:
—Conoscete il mio pappagallo dell’equatore che si chiama Bra-cadabrà?
Nell’angolo buio un arabesco bianco, giallo, verde appollaiato stride:
—Bracadabrà, Bracadabrà, Bracadabrà.
Il grido del pappagallo lega i colori delle sue penne al rosso dei capelli della marchesa al nero degli occhi e delle nari, al rosso sangue della bocca e alla cravatta di celluloide bianca, rossa, verde dell’amico Balla che entra cantando:
—Bracadabrà, Bracadabrà.