Donna Maria Mazzoleni che sa meglio di Madame di Sevigné dirigere il suo salotto intellettuale con varietà e contrasti interessanti mi prega di declamare le mie parole in libertà «Treno di soldati turchi ammalati».
Rompo con forza decisiva l’atmosfera di finezze diplomatiche. Vivo successo di declamatore. La conversazione è orientata ormai sulle demolizioni utilissime compiute dal movimento futurista e sulla rivoluzione pittorica creata da noi in tutto il mondo col predominio lirico, plastico del genio nostro. Altri invitati sopravvenuti raccontano le leggendarie cazzottature del teatro Costanzi, le burrascose esposizioni futuriste a New York a S. Francisco. Un attaché a l’ambasciata Cinese spiega l’influenza decisiva del pittore Boccioni sull’arte dell’estremo oriente. Si parla molto di una grande festa che il conte Primoli darà domani nel suo palazzo napoleonico in onore dei mutilati.
Vi partecipai colla marchesa Casati che mi presentò al famoso Loulou Primoli. Raffinatissimo, colto, intelligente, ma tragicamente passatista figlio di una Bonaparte, maestro d’ogni cortesia e d’ogni bizzarria erotico-sentimentale.
Salgo colla Marchesa per una scaletta piena di fiori e di statuette di Napoleone. Il guardaportone, personaggio dell’impero, saluta tutti e lascia passare tutti.
Siamo in casa del Passato. Passato vinto, indulgentissimo, disilluso e nostalgico. La scala sale girando con grazia e portando faticosamente la sua balaustra carica di stoffe rosso e oro. Infilata di camere rosso-oro. Vere cappelle asfissianti di fiori e di profumi artificiali. Fiori, fiori, falsi e naturali in scatole, scrigni, vasi e vassoi. Ritratti, ritrattini, ninnoli intimi preziosissimi, ricordi, album, fotografie d’ogni dimensione, autografi enormi come di giganti e flebili sbiadite calligrafie di regine morte. Tutte le cose sacre d’una vita sontuosa che preferisce il ricordo alla crudele realtà presente, tutto marcato dall’affetto e dal tempo messo in vetrina spudoratamente, con ostentazione quasi oscena. Ultima offensiva d’un passatismo disarmato che utilizza le sue fragili armi senza grazia alla rinfusa per fermare ad ogni costo il futurismo vittorioso e le sue velocità furenti. Questa sala contiene due pezzi di chiese distrutte, tre portantine pregne di profumi imperiali, due madonne di bronzo decapitate e una grande grata panciuta di vecchio legno dorato tolta dal coro di una chiesa di Siena.
La portantina sussurra che le donne del tempo che fu sapevano meglio amare. Dalla grata panciuta cola come da una chiusa la cadenza morbida d’un canto chiesastico. Ma le due Madonne tendono sinistramente le mani vuote come per ridomandare ai rigattieri ebrei le loro teste probabilmente vendute a parte.
L’odore di muffa aggredisce le nari. Polvere, polvere. Bricabrac di cose vecchie, morte affastellate. Sembra la vendita all’asta di una reggia che l’ultimo erede reale offre per necessità ad un popolo rivoluzionario. Questo però non compera, invade, devasta e brucia. Infatti le stoffe rosse danno l’illusione delle fiamme e i profumi densi si inacidiscono fino all’acredine dell’odore di bruciato e di sangue.
Folla di signore. Dominano le cretine:
—Oh ma chère, chère, chère madame, quelle joie de vous revoir!