Mangiammo insieme delle frutta nella sala da pranzo, poi la ricondussi in carrozza alla casa della zia, senza pensare che non l’avrei riveduta per un anno. Che schianto! Per un anno la cercai senza ritrovarla, invocando il suo ritorno disperatamente. Il mistero di quella lontananza e di quel silenzio mi tormenta oggi più che mai.
Bianca non seppe non volle spiegarmi nulla, quando la rividi, un anno dopo. Mi parlò di un fidanzato. Compresi che non poteva essere sincera. Certo avrebbe aperto tutto il suo cuore se avesse potuto. Mi disse:
—Ho fretta questa sera. Domani mattina alle 10. Avremo tutta la giornata per noi.
Bianca è un’amante strana. In fondo la credo una innamorata dell’amore. Sensuale e cerebrale. Odia le ore d’amore rubate in fretta alla vita. Le piace organizzare bene le voluttà. Ha un corpo ideale d’amante predisposto a tutte le raffinatezze del piacere. Non lo dimenticherò mai. Ho bisogno di lei. Che occhi mutevoli! Occhi di carnevale! Era felice di questa immagine e l’accoglieva aprendo la sua bocca ardente come per mangiarsela fra i dentini bianchi... Sento, sento che se avessi qui Bianca con le sue labbra che si liquefanno fra le mie la soavità del nostro bacio sarebbe tale da fermare di colpo questo treno.
Dunque, sono innamorato come un pazzo di Bianca. Perchè, perchè non la prendo con me, strappandola alla sua vita ambigua di signorina che ha un amante, ne ebbe forse già due, sotto la sorveglianza balzana di parenti ostili, libera e prigioniera inesplicabilmente?
Bianca è capricciosa. Ogni volta che io ebbi il dono del suo amore la trovai diversa. Ricordo il nostro quarto convegno a Palermo. Sembrava ridiventata pura come una vergine. Per un nulla le vampe al viso. Mille pudori e la lunga difesa di ogni angolo del suo corpo. Poi dopo il primo amplesso riapparve la fragorosa luce dei suoi occhi di carnevale che ridevano offrendo la bocca come un fiume di delizia nel paradiso, la sua bocca nuda, aperta e inquietante. Una strana sensualità quasi oscena nel sorriso di quel viso roseo, ardente fra i capelli biondi, sparpagliamento di scintille sul guanciale.
Ricordo un’altra volta: Bianca benchè legata dalle abitudini signorili e sdegnose della sua vita semi-aristocratica, venne con me felice in un piccolo albergo da marinai piuttosto sporco. Unico albergo che non fosse pieno, in una città marittima. Era elegantissima, nasino al vento, quel nasino all’insù birichino e francese. Volle portare da sola la mia valigia fra i camerieri stupefatti, per dimostrarmi la forza dei suoi muscoli. Le dissi:
—Questa stanza è brutta, ma vale cento paradisi.
Mi rispose spensieratamente:
—Somiglia a una camera d’albergo di Alessandria d’Egitto.