Sapevo che Bianca aveva già molto viaggiato con sua zia in Oriente. Più volte mi aveva parlato di Costantinopoli. Nondimeno la sua allusione ad un albergo simile a quello che ci ospitava mi turbò, quasi mi fece male.

Quel giorno a letto più nitidamente mi si conficcò nel mio spirito questa verità spaventosa! Bianca aveva due anime. Mi offriva la prima ingenua, fresca, fremente, pudica, tutta in lacrime e confusioni soavi; poi al secondo amplesso mi spalancava una seconda anima di lussuria gogliardica, ironica quasi clownesca, un’anima da caffè concerto di secondo ordine. Diceva con mille scatti buffi:

—Mi piacciono, mi piacciono i tuoi baci sulla schiena, ma non li voglio... Per carità non toccarmi il puff... Il mio puff è scemo, resterà scemo, non capisce nulla... In quanto a lei, lei! Elle est très délurée... Lei è pazza, pazza da legare. Colpa tua! Ora è pazza!... Veramente pazza!

Allora Bianca diventava frenetica, moltiplicava i suoi baci e le sue carezze rivelando di tanto in tanto una sapienza sensuale da cortigiana. Diceva con voce puerile:

—Queste sono le rotelle del carrettino!

Poi facendomi ammirare il suo ventre perfetto e, con un dito sull’ombelico, soggiungeva:

—Questa è la piccola buca delle lettere tutte per me.

Su quel vasto letto, in quella brutta camera d’albergo si esercitava la pressione del porto tutto catrame, fumo, carbone, antenne, sole accecante ruvidissimo nelle alberature, polvere salata, scricchiolio di ruote, carri, carrucole, peso dei cavalli monumentali e dei carriaggi sul selciato di bragia, treni di piombo ripiombanti sulle rotaie e odori furenti.

Ero torturato, inquieto. Ma il mio petto si sfasciò dalla delizia quando Bianca mi ridonò la sua prima anima infantile, vergine, con queste parole:

—Ed ora stiamo buoni. Voglio soltanto che tu mi mangi un po’ la boccuccia.