Nello scendere dal treno a Napoli io constatai che una lotta si era scatenata fra il mio cervello volitivo pieno di idee di guerra e di prossima offensiva e il mio cuore tremante, vinto, liquefatto, napoletano. Irritatissimo, sconvolto, con le lagrime in gola, traballavo nella carrozzella traballante pei vicoli notturni.
Napoli nei primi anni di guerra, fu sempre sfacciatamente illuminata negozi e caffè. Ora imitava finalmente le altre città mascherandosi di azzurro per paura di un secondo bombardamento di aeroplani. Per difendersi e nascondersi i napoletani hanno riempito le strade di piccole lune graziose copiate sulla grande loro luna speciale.
Piccole lune da strada! Piccole lune quasi tascabili! Questa arrotonda una fresca volta di grottazzurra di Capri. Vi tremano sotto liquide turchesi e gioielli d’acqua.
In quest’altra piccola luna da strada scintilla il fondo abisso del mare con palombaro e lampadina elettrica fra guizzi fulminei di pesci. Ma la giocondità rossa bianca napoletana schizza fuori dalle botteghe radendo il selciato. Una giocondità tutta a risate represse, occhiate, sghignazzamenti, baci veloci, strette di mani incandescenti, gomitate d’oro, luci schiacciate, spremute fra i battenti delle porte sulle soglie nei buchi del marciapiede.
L’allegria napoletana cede un poco, ma non troppo, alla severità della guerra. E’ ottimista il vasto golfo carnale, indulgente e distratto. Sa che dopo i malefici iettatori aerei con relativo sterco esplodente ritornerà la pace pei soldati vittoriosi carichi di passione da spandere in canti larghi tali da colmare tutti i pozzi del terrore materno.
Così io penso che nel mio cuore la guerra di ferro e fango saprà vincere la dolce e velenosa guerra dell’amore. Molleggia la mia anima in carrozzella per le strade spaccate forse dalla passione. Quanti buchi affettuosi! Il mio spirito virile somiglia al mio cocchiere che tira ferocemente, tira a strappi brutali il cavallo sfiancato fuor dai binari. Ma il cavallo sfiancato come il mio cuore va dove vuole, a destra, a sinistra, resistendo alla mano violentissima che lo strappa. Non m’ispira pietà quel cavallo, tanto è di caucciù indifferente sotto le frustate tremende in testa, atroci.
Il selciato è più che napoletano, svaccato. Il cocchiere accanito sradica fuor dai binari il cavallo, sturacciolando la carrozzella che balza come un fa bemol fuori dalle righe musicali. Arpeggio violento strappato nelle corde tese delle strade notturne, molli di languore erotico, arpe coricate degli abbandoni carnali.
Povera carrozzella dell’amore e del canto nostalgico che con schianti e singhiozzi si strappa dai binari ferrei della vita di guerra.
Il cocchiere bestemmia:
—Accidenti! Fetente!