Giungo a Milano a mezzanotte. Sciopero di carrozze. Sul piazzale, nella luce azzurra delle lampade velate crocchi di soldati e di prostitute vocianti affaccendate nei contratti erotici. Inquietudine delle notti di guerra in città, tempestate dai galoppi della lussuria e dell’alcool sui letti divorati e vomitati spensieratamente!...
Consegno la mia valigia a uno strano facchino improvvisato. E’ un gobbetto con ambiguità pederastiche e un’inesauribile chiacchera di beghina.
Dice con smorfie e risucchi di saliva pieni di orrore e ripugnanza schifiltosa:
—Dio mio, Dio mio, tutte quelle donnasse! quelle porcasse! Povera Milano! Stanno lì ogni sera... Tutta la notte a fare réclame coi soldati! E’ una indecenza! Povera Milano non si riconosce più...! E i profughi, che disgrassia... Date indumenti, date indumenti! Lo so, lo so, sono povera gente. Ma, date indumenti, date indumenti! Sono restato a piedi io e senza scarpe!
Il gobbetto che mi segue portando la valigia mi racconta che è figlio di un portinaio di Via Cerva. Per colpa dei profughi vive in un ripostiglio, quasi di mendicità; porta gli abiti del padrone di casa. Di notte fa il facchino. Certo ha due, tre altri mestieri meno confessabili. Ad un tratto si ferma con un bizzarrissimo lustrascarpe vestito da sportman stivaloni, berretto e cane lupo a guinzaglio. Il gobbetto mi spiega poi che quel lustrascarpe è spagnuolo e fa l’usuraio dei cantanti in Galleria. Originale flora mostruosa di questa tropicale fermentazione di guerra.
A Milano, confido la mia sicurezza nella vittoria prossima, grandiosa, all’amico Notari, geniale patriota, instancabile, fattivo. Con lui assisto a una assemblea interventista. Piccolo teatro gremito. Sono sul palcoscenico. Il signor Del Crema, viso paonazzo grondante di sudore, spinge affannosamente alla ribalta la sua eloquenza e la sua pancia, botti spaccate che schizzano, tuonano, sputacchiano, inaffiano rosso. I suoi paroloni-piedoni pigiano l’uva dell’assemblea. Come, dove salvarsi? Vedo mani sul viso, parafanghi. Braccia alzate come parafulmini. Tutti i cappelli delle signore abbassati, paralumi. Beato chi aveva davanti un più alto spettatore, paravento. Una donna fuggì, gonna svolazzante, paracadute. Ma urtò contro un uomo pietrificato dal sonno, paracarro!
Vorrei chiacchierare col pittore Rosai. Si è calato giù sotto la ribalta.
Del Crema continua. Pancia, eloquenza non formano più che un unico pallone gonfio, gonfio, gonfio che sta per esplodere:
—Violenza, violenza! violenza! Bisogna colpire, colpire, colpire!
Invisibile, ma pronto Rosai colpisce l’ultima parola in pieno con un potente: