—Sono dei cavalli da corsa, che non vogliono prepararsi alla corsa fra le stanghe di una carrozzella.

Il generale Grazioli e il generale Filippini sorridono, e con tono militare mi espongono la loro volontà di disciplinare ad ogni costo gli arditi.

—Pensate, mi dice Grazioli, 200 arditi di Reggio Emilia sbandati dopo Caporetto, venuti dagli ospedali hanno lanciato alcuni mesi fa delle bombe in una stazione e l’hanno saccheggiata. Sentendosi troppo pigiati sul treno che li portava si sono arrampicati sul tetto dei vagoni. Viaggiarono così 50 Km. Si dovette fermare il treno prima di un tunnel per non massacrarli. Io credo che gli arditi vanno trattati come fanteria scelta. Tanto più che molti degli arditi attuali non sono mai stati al fuoco! Disciplina, disciplina, questa è la migliore garanzia del loro massimo rendimento nella offensiva futura.

—Quando, generale?

—Diaz è tornato da Parigi, dice Grazioli, senza avere ottenuto i 300 mila americani richiesti. Clemenceau Foch e Loyd George hanno risposto che per ora non era il caso d’impegnare nuove forze sul fronte italiano. Noi non abbiamo molti uomini, oggi. Il ministero d’altra parte esita a decretare l’operazione obbligatoria per gli erniosi, che ci darebbe cento mila uomini di più in un mese. La Francia à ottenuto così 350.000 uomini!

—Eppure, generale, questo è il momento di attaccare l’Austria.

—Vede, risponde Grazioli, se si potesse essere sicuri che la guerra finisse prima dell’inverno, noi potremmo impegnare tutto il nostro esercito in una offensiva finale conservando come riserva la sola classe del ’900. Cioè giuocare tutte le nostre carte. Ma se la guerra dovesse durare come è probabile, ancora un paio d’anni, la partita si convertirebbe in un fallimento.

—Ma, generale, chi non risica, non rosica!

Tornando alla fattoria di Barchessa, sono più che mai convinto che sferreranno la grande offensiva il 27 ottobre. Penso che dei generali di alto valore, come Grazioli, sono purtroppo isolati e resi insensibili da ciò che chiamo guerrismo o mestiere della guerra. Monotona abitudine del fronte da tenere senza colpi audaci, senza carte giuocate, nella speranza che la guerra finisca lentamente da sè. La guerra, invece, è l’unica cosa al mondo che non ammetta l’abitudine. Bisogna giocarla. Chi vince vince, chi perde perde, e buona notte, non ne parliamo più!

XVI.
LE VILLE NOSTALGICHE