Sulla strada Ferrara - Padova le nostalgiche ville venete nascondono la faccia nel fresco dei loro parchi tenebrosi voltando la schiena impaurita alla furente trepidante azzannante velocità degli automobili di guerra.
La villa De-Concilis ha tutte le eleganze settecentesche in questo atteggiamento tremante di bella coricata, un po’ sotto la strada, con la faccia tuffata nella tenerezza avviluppante del suo giardino intenso, pieno di passioni verdi-rossastre violacee che l’autunno punge di acredini tragiche. Teme nella schiena il rombo precipitoso e i blocchi sconquassati del rumore e i rotolanti globi del polverone solare.
Un brivido passa sull’acqua patetica delle vasche cosparsa di foglie che sembrano le bucce di molli cuori femminili trascinati via pei piccoli canali dalla corrente delle lagrime. Brividi, sospiri, febbrili contatti di foglie come di mani leggere in amore... Ma non è la solita brezza che anima il bosco sentimentale. L’atmosfera è turbata. Il silenzio non sa dove rifugiarsi poichè tremendi scossoni d’aria valangano giù dalla strada.
Sono, per un giorno, ospite della marchesa De Concilis buona e indulgente amica della mia amica Maria Baldini. Questa abita con suo marito in una villa vicina e verrà fra poco.
L’aspettiamo in giardino. La marchesa De Concilis elegantemente vestita di nero, seducente col suo languore carnoso e le sue curve delicate che non guastano la linea generale. Corto-vestita, nella sedia a dondolo, mostra per indolenza il polpaccio tornito che dalla caviglia affusolata e spiritosa sale sensualizzandosi con promesse-offerte di morbide-sode cosce affettuose. Intuisco e fiuto la forza sana del dorso quasi groppa di bella fattrice resistente.
Il viso pallido, d’un pallore giovane ma intriso di piacere. Gli occhi neri un po’ grossi di bel gatto angora che finge di sognare pur sorvegliando il canestro dei pesci. Deve essere ghiotta, tutta consacrata ai piaceri della tavola dopo una rinunzia semi-forzata quasi totale agli adulterii aspri turbolenti che bruciano. Il corpo s’appesantisce. Forse lo stomaco è un po’ stanco d’avere goduto tanti pranzi saporosi.
Ora, dopo la lauta colazione, la bellezza della marchesa è più languida.
Il viso vorrebbe disfarsi nella pace buia fresca del sonno.
Le guance di pesca succosa prendono nel sorriso accogliente ombre sfumate di placido ardore. Il sorriso si scioglie in tenerezza digestiva distrattamente erotica e materna. Ha il braccio sinistro abbandonato sui fianchi di sua figlia Gisella dodicenne, vivo ritratto suo più colorito, più ardente con languori irrequieti. Quella fresca miniatura lega la figura della marchesa al corpo del marchese De Concilis che continua virilmente le curve della moglie nelle sue guance un po’ flosce di seduttore maturo sensuale pigro e raffinato. Il marchese musicista mi parla d’una sua opera inedita, che darebbe se fosse energico, se non ci fosse la guerra, e se il bosco non avesse tante ombre snervanti.
Con le mani irrequiete la piccola Gisella abbottona e sbottona la fondina del mio revolver voltando i grandi occhi neri indagatori verso la strada ad ogni urlo di automobile che s’avvicina prima flautato quiii, quiii, quiiiiii implorante, esasperato demente... Eccolo. Eccolo. La macchina rapida invoca minaccia esige un varco, un varco ad ogni costo, presto; perchè il delirante spasimo della velocità guerresca non sia rallentato...