Voglio che questo libro danzi, danzi, danzi vivo e palpitante con ritmo giocondo fra le mani del lettore. Voglio che la sua danza pazza d’amore e di sconfinato eroismo trasformi le mani del lettore in quelle agilissime del giocoliere. Scatterà anch’egli fuor dalla poltrona e ritto si sforzerà di aumentare la sua statura sulla punta dei piedi ballerinamente nell’ebbrezza ascensionale che lo spingerà a gareggiare in temerario equilibrismo col ritmo selvaggio del mio libro. Sarà ebbro di guardarlo in alto quasi in bilico sull’improvviso zampillo di gioia che gli schizzerà dal cuore. A braccia aperte aspetterà che ricada che ricada finalmente.

Ma intendiamoci parlo del lettore geniale, amico d’ogni coraggio spirituale! Con ferocia brutale il mio libro piomberà sul naso del passatista imbelle acidulo e occhialuto che trema sotto i suoi vetri come un microbo sotto il microscopio. Si staccherà da lui per rimbalzargli addosso furente e per schiaffeggiarlo.

Ma con quanta grazia ridente e primaverile si spalancherà sotto gli occhi vivaci del lettore geniale per profumarne l’anima! Vedo allora gli orli bianchi delle mie pagine fremere ammorbidendosi e iridandosi con gli amoerri beati, la metallicità persuasiva e gli invitanti riflessi rosei-azzurri del mare che scivola, scivola, scivola verso la forza tonda e rossa del sole al tramonto. Ecco il mio libro segue i consigli del mare e veleggia bianco per seguire il sole che scivola esso pure gonfiandosi d’orgoglio e di morte giù dal suo morbido letto di tenerezza crepuscolare.

Stracciatelo, bruciatelo pure questo libro mio. Rinascerà perfetto. Se un giorno sarà stanco come credo delle stanze chiuse e meticolose fugga, fugga le inevitabili biblioteche e si slanci aprendo le pagine come ali in cielo. Subito immensificato dal suo ardore si tramuterà in un areoplano simile a quello ricco di raggi che si libra e ronza con garriti e applausi sulla mia testa mentre entro nel forte Corbin di Val D’Astico.


Oggi 11 giugno 1918.

Sono un tenente dei bombardieri che ha fatto il suo dovere. Ma non mi sento degno di te, libro mio preferito. Mentre il mio cuore batte sicuro il mio passo non lo sa cadenzare con eguale sicurezza. Ho il passo indeciso, malfermo ondeggiante, ferito, che ripete sulla terra le punture dilanianti d’una piaga infame e assillante aperta nel mio fianco. Piaga di Caporetto, piaga enorme che sento vivere soffrire, imputridire e che presto bisogna, ad ogni costo bisogna colmare, colmare con un nuovo ultravermiglio generosissimo sangue a fiotti bollenti, a torrenti nel suo centro e sugli orli il cui viola sinistro ricorda le botti sventrate dai fuggiaschi ubriachi, le schifose avvinazzate bombe incendiarie su Cervignano e il putrido violaceo fuggente tramonto del 27 ottobre. Guarire, guarire quella piaga! La guariremo. Già domino il mio passo e lo cadenzo. La grande battaglia è prossima e tutto nel mio corpo s’avventa verso quell’ora decisiva dalla quale nascerà il nuovo passo Italiano, quello d’avant’ieri sul Carso, passo elastico, martellante, padrone delle nobili elegantemente femminili strade italiane.

Mi siedo alla mensa dei gloriosi Gialli del Podgora, 11 fanteria, brigata Casale, nel Forte Corbin. Pranzo giocondo, chiassoso. Circa 30 ufficiali pigiatissimi che divorando rossa pasta asciutta parlano golosamente della prossima inevitabile offensiva austriaca. I gialli del Podgora hanno ornato di fiori gialli la sala. Volete che io parli di voi, cari Gialli, della vostra gloria passata e della prossima, sicura?

Volentieri! Mi abbandono. So che saprete dare col vostro slancio al giallo della smisurata bile italiana lo scoppiarne fragore purpureo della vittoria definitiva!

Si brinda alla gloria di Boccioni, di Sant’Elia e degli altri futuristi, primi fra tutti gl’interventisti italiani.