La notte cammina con le sue migliaia, migliaia e migliaia di ruote, gomme, zoccoli, scarpe. La terra è pigiata, masticata dalle masse di volontà umane tutte personali, originalissime e pur guidate dai fili collegati alla centrale elettrica di un pensiero unico. Ho saputo che Caviglia ha il comando dell’8ª armata, forte imbrigliatore elettrico che guiderà gli italiani elettrizzati d’odio-vendetta-patriottismo al di là del Piave. Ho fiducia.
Rrrrr, di autocarri. Tatatata di motociclette. Crrrr sss di carreggio e truppe in marcia.
Si distingue ora fra questi rumori ormai diventati il tessuto stesso dell’atmosfera, un bombardamento continuo lontano. L’offensiva è già cominciata sul Grappa. Va bene, ma trova una resistenza strana. Tutti parlano dei segni evidenti di sfasciamento nell’interno dell’Austria, ma l’esercito è più che mai in piedi: costruzione antica, cementata da una disciplina feroce. Disciplina divinizzata. La disciplina per gli Austriaci è una religione. Ufficiali e comandi formano una casta sacra di sacerdoti della guerra. I soldati non si battono per l’Austria, ma per l’Imperatore capo dell’esercito, e si fanno ammazzare per la Dea Disciplina.
All’alba il fragore del bombardamento lontano cresce. La battaglia sul Grappa infuria. Mi alzo e guardo il cielo come si squadra un manometro. Non piove ma ha piovuto e ripioverà. Le nuvole imperano, dispongono, minacciano. Il Piave è già pieno e quegli otri di pioggia sospesi sul destino dell’Italia diventano tragici. Il capitano Raby mi ordina di recarmi da Caviglia perchè io possa ottenere ciò che noi desideriamo ansiosamente: passare il Piave in testa alla cavalleria.
Il capitano Raby è turbato. Stanotte al comando della divisione di cavalleria che ha per ufficio un autocarro fra le case bombardate Raby ha avuto come risposta alla sua domanda di ordini: «I ponti non portano che 30 quintali. Lei, capitano, tenga ferma la sua squadriglia, e m’incolonni il carreggio della divisione.»
Strabiliante, imbecille, disonorante. Parto subito. Le strade ingombre mi ritardano. Giungo verso le 6 alla villetta del comando dell’8ª armata.
Viavai di ufficiali, precisi, che in silenzio entrano, escono. Questo a cavallo. Quello in motocicletta. Altri in biciclette sguinzagliate a ventaglio. Pure a ventaglio si sentono partire le forze della volontà centrale per i fasci di fili telefonici meticolosamente sorvegliati e controllati dai guardafili che corrono per la campagna. Quando entro nel giardino della villa il cielo è tutto sgombro, limpido, fresco, propizio. Ma quella nuvolaglia, che copre il ribollimento di cannonate tuun tuun tuun tuun tuun sul Grappa a destra, non è fumo come speravo. Ecco si stacca dal Grappa, annerendosi, invadendo di nuovo il cielo con un programma di pioggia per questa notte. Ma c’è del vento nell’alto. Un vento patriottico che combatte le nuvole e forse le vincerà. Il cielo mutevole addensa le nuvole e poi le soffia via intenerendosi al tramonto sulla divina bellezza d’Italia in pericolo.
Giunge un motociclista grondante, infangatissimo. Riconosco un amico, tenente di collegamento. Viene dal Grappa. Mi racconta la mischia vittoriosa, accanitissima in una nebbia fitta. Dice che il comandante del 9º reparto d’assalto, maggiore Messe, ha fatto cose fantastiche.
—Una nebbia che forse non si è mai vista neanche a Londra. Brutta lotta, quasi nel buio. Giorno e notte... tatatatatata. Si sentivano le mitragliatrici da tutte le parti... Gli arditi gridavano: Messe! Messe! Messe! Di qua, signor maggiore! Fiamme nere, a me! Giù, giù, con le bombe! Poi, via! Al galoppo, nella nebbia... Mettete le maschere, le maschere! tutti, le maschere! No! no! Nooo! è nebbia. Ad un tratto la nebbia si squarcia. Presto qui, una mitragliatrice! Una mitrigliatriiiiice! E un ardito arriva portandola sulle spalle... Ecco ecco, signor maggiore! L’ardito ansimante si butta colla pancia nel fango, e sopra la sua schiena la macchina rabbiosa sobbalza sparando. Tttatatatata. Gira, gira, a ventaglio. Gli austriaci cadevano, ma che noia quella nebbia, e che paura di colpire i nostri! Ad un tratto il tenente De Giovanni, un colosso, appare su un cocuzzolo a destra. La nebbia era diminuita e si vedeva le pallottole delle mitragliatrici austriache che facevano la barba al cocuzzolo... Aaaaaaaa! Il tenente De Giovanni cade fulminato. Quattro arditi si slanciano per portarlo giù. Tre sono uccisi. Il terzo vicino a me sputa un groomf! e cade. Tre li rimpiazzano. In quell’istante il reparto del maggiore Messe era come ingabbiato in un doppio fuoco di artiglieria. Fuoco di sbarramento sulle prime linee, fuoco di sbarramento dietro di noi. Accidenti! siamo ingabbiati. Tutti gridano: Messe! Messe! Messe! Il maggiore è dappertutto. Corre, si slancia, rianima, controlla ogni faccia nella nebbia fitta. Grida: qui, qui la mitragliatrice, non là! Non sparate lì, sono dei nostri! Sono dei nostri! Arruffio, confusione, velocità in tutti i sensi. Il reparto sembra diventato un corpo con mille braccia, mani, dita fra le matasse e i gomitoli di nebbia. Uomini ora appiattati, ora balzanti per riformar la linea, riconoscersi, strangolare i nuclei di nemici invadenti. Sopra di noi passavano dei veloci scenari di nebbia fittissima che svelavano nascondevano Grappa, Asolone, Col Moschin...
«Cretino!... non sparare! sono i nostri...!» «Lo so» risponde un tenente, «Signor maggiore, guardi sulla quota 3.000. E’ perduta»; poi grida «Aaaaiiii...» e cade con la coscia gonfiata come un pneumatico rosso da una palla esplosiva. Tatatatatata due arditi, la faccia nel fango, sussultano sotto due mitragliatrici ben puntate. Si sente, si capisce che gli austriaci sono lì che salgono. Ma non si vede a 20, a 10, a 3 metri. «Accidenti, urla Messe! Non sono Austriaci, sono i nostri! Cessate il fuoco!... I petardi! i petardi! qua i petardi! Tutti curvi col petardo nel pugno! Senza copiglia! Tenetelo alto! Non inciampate! Venite con me! Avanti! Ecco, quelle ombre sono assolutamente austriaci! Aspettate a tirare! A 30 metri! Aspettate! Gggiù! Patatamm traaac paaam paaaam.