«Messe non ha più petardi. Ora spara col moschetto. Un ardito vicino gli dà i caricatori notando i colpi precisi del maggiore: uno, due, tre quattro, cinque. Messe riceve, carica, spara, accoppa, puntando sul costone a 30 metri. Poi nebbia, nebbia, nebbia, geometria di forme nella nebbia. Non ci si vide più. Ma gli austriaci erano ributtati nella vallata».

Il tenente di collegamento ha narrato con un entusiasmo affannato mentre aspetta l’ordine di entrare da Caviglia. Si forma un crocchio di ufficiali. Tutti parlano di sua santità il Piave che dirige la battaglia. Il fiume è il polso del nostro destino. Il cannoneggiamento sul Grappa è accanitissimo. Ma la sicurezza regna intorno all’anima potente, fredda di Caviglia che si sente lì nella camera vicina. Il generale mi accoglie col suo sorriso bonario e passeggiando ascolta la mia richiesta poi dice con calma: «E’ naturale, le blindate in testa alla cavalleria, appena passato il Piave per l’inseguimento. Provvederò».

Segue un silenzio, dopo di che Caviglia la cui statura sembra altissima dominatrice come le cime gelate radiose e serene soggiunge:

—Tutti devono avere la mia sicurezza e il mio ottimismo. Il Piave non accenna a dimagrare. Mantiene da 24 ore la velocità di 2 metri e 50. Questo esclude passerelle e ponti... Ho consultato tutti i grafici del Piave, e mi sono detto: Da che mondo è mondo le piene del Piave in autunno non hanno mai durato più di 3 giorni. E’ mai possibile che proprio oggi, quando si gioca tutto l’avvenire dell’Italia, il Piave faccia lo scherzo di ingrossare oltre misura? Sento che ciò non è possibile. Ne sono sicuro. Gli austriaci d’altra parte offrono una resistenza formidabile sul Grappa. Vuol dire che non hanno capito il mio piano. Più resistono sul Grappa e meglio li prenderò tutti in trappola!

Fuori ritrovai il centro del cielo pulito benchè minacciato a destra dalla nuvolaglia.

Cielo di carta patinata lievemente azzurrina con sfumature e velature dorate. Orgogliosamente vi si slancia una squadriglia di aeroplani italiani. Sembra un forte, intenso e fortunoso sette di quadri che elastico viaggi verso l’asse di cuori rosso del Sole al tramonto. Si gioca volubilmente così nel cielo fra le mani disinvolte del vento la suprema partita dell’Italia. Spumeggiano d’oro tre nuvoloni ritti, perpendicolari, bottiglie di cosmico sciampagna già sturate che non potranno innaffiare che la vittoria nostra. Nelle mani folleggianti del vento italiano l’areoplanico sette di quadri vibra nero veloce preciso, geometrico.

Mangerà, deve mangiare il ricco asso di cuori. Sole al tramonto! Partita emozionante. Mille mille e mille facce al cielo. Altri areoplani Italiani fanno intorno ai giocatori maffie di valzer, moine e capriole, pattinano sul cielo levigatissimo, si preparano a beffeggiare, come usano, in tondo, la loro probabile vittima nemica.

Nel raggiungere a tutta velocità la mia squadriglia penso che l’audace volontà di vincere è una forza che si proietta fuori dai muscoli con slanci e potenza enormi. Ogni soldato oggi è carico di questa volontà, cosicchè si proietteranno questa notte e domani fuor da due o trecentomila corpi umani, più di trecentomila volontà capaci di plasmare, scopare, trasformare nuvole fiumi e masse nemiche. Queste volontà per raggiungere il loro slancio massimo non devono essere troppo fiduciose nè spavalde. Occorre una preparazione sommaria, poichè le lunghe preparazioni meticolose diventano in certo modo una poltrona profonda offerta alla Fortuna. Poltrona che la Fortuna brutalmente rifiuta.

Dopo pochi chilometri il cielo si è richiuso. Questa tragica realtà mi afferra alla gola. Penso alla calma meravigliosa di Caviglia e al suo piano che intuisco. Dopo aver gettato tutti i ponti, circa 70, lanciare 22 divisioni contro Vittorio Veneto, aprendosi poi a ventaglio a destra per far cadere tutta la difesa austriaca del Piave, e a sinistra per accerchiare il Grappa. Piano degno d’un uomo di genio, assolutamente originale poichè esclude imprevedutamente il vecchio piano tanto discusso e quasi irrealizzabile di sfondare il Grappa per poi traversare il Piave. Caviglia pensò: nè a sinistra, nè a destra; ma al centro dopo aver fatto una forte azione dimostrativa sul Grappa.

Il piano però esige la collaborazione del fiume, e purtroppo questo cielo nero è inesauribile. Sento la materia del mio cuore trasformarsi, metalizzarsi, in un ottimismo d’acciaio. Sopra vi oscilla la vecchia sensibilità lirica un po’ femminile troppo vibrante. La riconosco con dispetto nel commuovermi quasi alle lagrime al pensiero della straordinaria vittoria che potrebbe sfuggirci, mentre guardo un fox-terrier devotamente affannato dietro al cavallo del suo padrone capitano.