La mia squadriglia è ferma al bivio Povegliano-Nervesa. Al lume di una lanterna davanti ai soldati riuniti leggo l’ordine del giorno di Caviglia:
«Ai comandanti di corpo d’armata, agli ufficiali, alle truppe tutte dell’armata, sento il dovere di chiedere di mantenere il loro animo all’altezza della situazione.
«Tutto il popolo italiano guarda in questo momento a noi, cui sono affidate in quest’ora le sorti della Patria. La storia dell’Italia futura, forse per un secolo, dipenderà dalla fermezza e dal fervore di cui saranno capaci nelle prossime 24 ore gli animi nostri.
«L’ora delle supreme decisioni si approssima. Se noi avremo saputo mantenerci all’altezza di quest’ora, la fortuna e la gloria d’Italia saranno assicurati.
«E’ necessario che stanotte tutti i ponti siano novamente gettati. E’ necessario che il maggior numero possibile di unità passino sulla sponda sinistra del fiume. E’ necessario infine che le truppe che si trovano oltre Piave, attacchino violentemente, tendano con ogni ardore al raggiungimento degli obbiettivi prefissi.
«E’ l’Italia che l’ordina. Noi dobbiamo ubbidire.»
I soldati non applaudono. Rimangono seri, ma ansiosissimi. Che cosa si aspetta? Sappiamo che dovremo passare il Piave alle Grave di Papadopoli. Perchè dunque rimanere vicino a Nervesa? La pioggia è cessata. Il vento il divino vento favorevole sale con sbuffi impetuosi impacchettando le nuvole e cacciandole alla rinfusa verso il mare. Vento benedetto che noi salutiamo con baci e deliziosi tremiti nella gola!
Pronto e sagace, il sole lancia raggi dovunque, moltiplicando gli specchi rossi dei vetri, rimbalzando biondo sui volumi della vegetazione, preoccupatissimo di rischiarare tutto, pulire e ripulire ogni cosa. Non si deve forse tutti marciare al più presto, con ordine aggressivo? Sole affaccendato che vuole liberare le ruote dei cannoni dal fango, oliare le mitragliatrici e i fucili, trasformarsi in benzina nei carburatori, cuori bollenti aggiunti agli altri bollentissimi.
Più della metà dei ponti buttati questa notte resistono. Quelli delle Grave di Papadopoli cioè i nostri sono stati travolti. Ma questa sera saranno in piedi. Ce lo annunciano con occhi giocondi soddisfatti e fieri i pontieri che ritornano dal Piave. Pontieri colossi che i gabbani antipritici blu rendono quasi monumentali. Camminano oscillando, come marinai disabituati dalla terra ferma. Hanno sotto il braccio la pagnotta spaccata, masticano avidamente e gli occhi ridono con orgoglio ingenuo infantile. Tutti li circondano. Sembrano corridori dopo una gara difficile vinta. Passo pesante. Portano il peso dell’immane sforzo compiuto nel buio gelato crivellato dalle mitragliatrici, fra i lacci, le tenaglie della corrente lugubre che voleva scardinare, strappare, sbottigliare i pali, travolgere le botti.
—Le barche, dice uno, ballavano come scodelle nelle mani di un ubriaco. Il Piave era ubriaco, pazzo, questa notte. Ma ora è vinto; cede. Abbiamo lavorato bene, questa notte. Tutto passa davanti a Nervesa. Al ponte della Priula, quelle carogne resistono.