E i pontieri si allontanano trascinando i piedoni mostruosi.
Il cannoneggiamento è un rombo continuo. E noi che facciamo? Con questa tortura lacerante dolce, amara, nella gola, ci sentiamo simili ai mendicanti invernali ai vetri di una ricca trattoria quando all’ora del pranzo fervono tintinnano le gioconde stoviglie e filano i piatti fumanti. Fossimo sulla tavola anche noi! Anche come cibi esplosivi fra le mani dell’ultimo cameriere! O in cucina nella vampa dei fornelli! S’avanza una prima colonna di prigionieri austriaci. Poi tre feriti nostri. Uno di loro, ardito, napoletano, fatto prigioniero riuscì a liberarsi. Racconta in napoletano la mischia clownesca, grottesca, a cazzotti, calci, lazzi, burle.
—Sono passato sulla prima passerella. Poi fra le erbacce nel fango sono scivolato in un buco!... Bombe a mano da tutte le parti. Strisciavo. Ho perso il pugnale. In tre mi hanno preso alle spalle. Io gridavo: fetenti! fetenti! fetenti! Mentre mi portavano via. Attraverso la pioggia i proiettili dei nostri 75 fischiavano come i siluri nel golfo di Napoli: Ptoo! fiiiisc... Pto! Pto! Pto! fiiii. D’un colpo un mio compagno di Napoli ha tirato un petardo in mezzo a noi. Le carogne che mi tenevano sono morte, io ferito alla faccia. Non è grave. Mi sembrava di essere a Santa Lucia quando le femmine fanno le liti e ci sono li fuochi artificiali.
I nostri Draken-ballon si sono spostati. Si annoiavano nella camera della Patria. Ora splendono e parlano in alto come enormi pappagalli gialli nel sole sulla finestra aperta del Piave.
Piomba l’ordine di partire per le Grave di Papadopoli. In tre minuti tutto a posto, tutto in ordine. Sentiamo la gioia liquida circolare nelle vene.
Ma la lentezza sulle strade ingombre di soldati in marcia ci esaspera. Stare al volante colla cura dovuta al motore e alla strada e sentire in sè mille anime sconosciute svincolarsi, premere fra le coste del petto per slanciarsi in avanti! Cala la notte sotto un cielo limpido, ma gelato. Ad ogni chilometro, alt, ingombro. Scendiamo e mentre le mani nostre tese sul fuoco si slegano, sentiamo premere sulle nostre schiene un alito misterioso e rovente, l’alito fortunoso della Patria che ci spinge con milioni di volontà italiane al di là del fiume. Sono volontà Italiane che da tutti i punti della penisola si slanciano affollandosi ed ora cantano, urlano nelle boscaglie fluviali. Sono anch’esse ansiose di varcare le acque. L’alito possente della Patria tessuto di milioni di anime lontane venute dalla Sardegna, dalla Sicilia, dall’Egitto, dall’Argentina, dal Brasile rinvigorisce ora le mitragliatrici che sul greto si moltiplicano intrecciando i loro brillanti arpeggi ta ta ta ta ta ta. Rimbalzante fluidissima scorrevolezza di centomila pianoforti sotto dita di pianisti, forse quei pianisti italiani cinquantenni che a Rio Janeiro o a Buenos-Aires suonano, suonano in concerti patriottici con passione e genio, facendo sparare mille armonie come noi spariamo contro la riva nemica (pianoforte da sfondare!) di questo Piave che si dà delle arie di Fiume Americano.
Il comando della cavalleria ha deciso di non lasciarci in testa. Ce ne accorgiamo da molti ordini e contrordini. Si dice che i primi ponti sono deboli, non sopporteranno il peso delle blindate. Vado ad accertarmene col capitano Raby a piedi, curvi nell’intrico fangoso delle erbe. L’alba, pallida e fredda, si spacca qua e là in blocchi rosei d’aurora come colpita dal cannoneggiamento della 3ª armata che alla nostra destra incomincia a buttare i suoi ponti. Il fiume ha qui circa tre chilometri di larghezza. Noi dobbiamo seguire però un nastro tortuoso di strada per traversarlo. Circa 8 chilometri di ghiaia, guadi a fondo solido e ponti. Il Piave sembra qui un immenso estuario.
Tenendoci curvi poichè il fogliame delle piante è su di noi falciato dalle pallottole, interroghiamo un sergente del genio che nell’acqua regola gli Issaa-ooh! Issaa-ooh! dei pontieri intorno alla capra.
Tata tuum tata tuum di cannonate.
Scraabraaaang di bombarde.