«Il domani, che fu ieri, io sto un bel pezzo in forse: l'idea d'essere sottoposto a un altro interrogatorio mi spaventa; ma poi penso che ogni soggetto di domande è stato esaurito durante quelle cinque ore di viaggio. Inoltre mi spinge la curiosità di vedere Donna Clara a casa sua, quantunque questa casa sia un albergo. Sei mai stato a farle visita? E neppur io, come nessuno di tutti quelli che conosco. Che cosa fa? Perchè gira il mondo? Perchè non resta due settimane di seguito in un posto?... Ma la curiosità di guardare un poco dentro a quell'esistenza misteriosa non è tanto forte da impedirmi di ricorrere a un piccolo espediente per evitare il pericolo di un'ora di noia mortale; così, invece che alle due, vado al Milano alle quattro, nella previsione che Donna Clara non ci sarà e che me la caverò con un biglietto di visita. Arrivo all'albergo, e Donna Clara c'è. Salgo su, ed entro in un salottino mezzo scuro, dove odo una voce che in [pg!97] tono di discreto rimprovero mi dice: «Disperavo di vedervi arrivare. Sono due ore che v'aspetto!». Balbetto qualche scusa, stringendole una mano che stende verso la mia. Seggo, ed abituati gli occhi alla penombra, vedo a poco a poco disegnarsi la figura di Donna Clara. E' distesa sopra un'ampia poltrona; porta una veste da camera gialla, a lungo strascico, guarnita di merletti neri: una cosa incredibile! I capelli non le si arruffano come di consueto sulla fronte e sulle tempie; ma sono elegantemente acconciati. Trasformazione totale! Per l'aria c'è un odore composito ed acutissimo. E niente Betsy!... Io rinnovo le mie scuse per il ritardo, invento una serie di brighe impreviste. Donna Clara mi parla dell'albergo, della sua corsa mattutina per la città; e niente domande! Guardando un poco per il salotto, io scopro la scaturigine dell'odore: sopra il pianoforte c'è un vaso con un magnifico mazzo di fiori: una quantità enorme di rose che fanno corona ai calici purissimi di tre o quattro gigli. Di che cosa mi parla Donna Clara? Di un libro di versi che sta leggendo e che le piace molto: a un certo punto cerca sul guéridon il volume e me lo porge.
«Avvicinatomi per prenderlo io scopro che l'odore non viene soltanto dai fiori: da tutta la persona di Donna Clara esala un profumo di non so che cosa. Mentre sfoglio il libro ella s'accomoda meglio sulla poltrona, rovesciando il capo sullo schienale e stendendo le gambe che si delineano sotto le pieghe della veste. Allora, non so come, non so donde, non so perchè, un'idea mi passa per il capo: un'idea inverisimile, assurda, bislacca: che Donna Clara sia... donna! T'è mai venuta, quest'idea? Hai creduto mai possibile che costei susciti un desiderio?... Ma è un lampo, e passa subito. Ella m'invita a leggere qualcuno di quei versi — versi inglesi, s'intende — ed io eseguisco. «Come vi piacciono?» Dichiaro che sono bellissimi; in verità ci ho capito poco o niente. «Leggete,» mi dice, «La spalliera dei lilla.» Cerco nell'indice questa spalliera, e leggo. Mi accorgo di leggere malissimo, d'amputare qualche piede a certi versi e di crescerne [pg!98] parecchi a certi altri; ma Donna Clara non mi corregge: riprende il volume, rilegge il componimento, lo traduce in francese, e si passa la lingua sulle labbra.
«Secondo lampo. Io penso, e mi stupisco di pensare, che se Donna Clara si tagliasse la mani e la testa, tutto ciò che si vede, quel corpo, sotto quella veste, forse potrebbe indurre in tentazione. Passa anche questo lampo; ma Donna Clara, seguitando a discorrere tranquillamente del più e del meno, accavalca una gamba sull'altra, si rovescia di più sulla poltrona e di tratto in tratto mi guarda... E' dunque possibile? I miei sensi sono pervertiti fino a questo punto? Mi lascio sedurre da un profumo, dal taglio di un abito, fino a rimaner lì, imbarazzato, col cappello in mano, senza trovar nulla da dire?... Sostiene ella stessa la conversazione; io rispondo qualche monosillabo; a un certo punto faccio per congedarmi. «Così presto?» dice; «fermatevi un altro poco!» E suona, per il the. Prendendo il the si parla di viaggi; Donna Clara s'alza e va a cercare una cartella di fotografie. Me le mostra ad una per volta, e siamo così vicini che il suo profumo mi dà alla testa. Per fortuna le fotografie finiscono, e torniamo a sedere. Vedo che imbruna e ritento di andarmene: nuovo invito a restare «... se non avete meglio da fare...» Seggo a un altro posto e Donna Clara racconta una storia. Non ascolto neppur una delle sue parole, tutto occupato dalla stranezza di quel che avviene in me. Ma io debbo essere ammalato! Pensare: Donna Clara!... Quarantotto anni!... Forse anche quarantanove!... E quelle mani! E quel naso! E quei denti!... E se i miei amici sapessero?... Che cosa diranno se sapranno una cosa simile? Dove andrò a nascondermi?... E se Donna Clara si offende e non lascia che?... Via! via! Non facciamo sciocchezze!... Torno in me, afferro a volo il soggetto del suo discorso e mi rimetto in carreggiata, rispondendole, interrogandola. La sua storia finisce ed ella chiama, per il lume. Alla luce della lampada che il cameriere ha acceso io mi stupisco della rapidità con la quale il [pg!99] tempo è passato: che cosa sono stato a fare due ore lì dentro? A un tratto s'ode la prima campana del pranzo. Questa volta m'alzo per battermela. Donna Clara mi fa: «Aspettate un altro momento: verrà adesso Betsy.» Insisto per lasciarla in libertà: mi risponde: «E Aspettate che venga Betsy!» e scotendo lentamente un piede riprende a discorrere. Allora un'altra idea mi balena per il capo: che quegli inviti reiterati, quell'eleganza, quei fiori, quei profumi, tutte quelle spese siano state fatte per sedurmi.... Ma è una cosa tanto balorda che rinsavisco del tutto. Chi ha mai imaginato Donna Clara nei panni d'una seduttrice? Chi ha mai pensato che sotto quelle gonne si possa trovare un corpo di donna? Non deve ella possedere ancora intatto il tesoro della sua verginità? Ed io?... Sia lodato il Signore: una specie di doccia gelata mi seda. Mentre ella vuol sapere quando ci rivedremo e se capiterò quest'inverno a Parigi, mentre mi dice di andarla a trovare a Roma, io torno a pensare ciò che ho sempre pensato: che Donna Clara è una di quelle povere creature senza bellezza, senza grazia, senza sesso, le quali cercano un compenso alle mancate gioie dell'amore col dedicarsi tutte ad una causa, col lavorare al conseguimento d'un ideale religioso o sociale. Come ho potuto dimenticare queste cose?... Ed ecco sonare la seconda campana, ed ecco Betsy che s'affaccia dall'uscio. Ci alziamo nello stesso tempo. Donna Clara mi stende la mano nodosa, stringe la mia cordialmente, mi ringrazia della compagnia. Io ringrazio Iddio che mi ha tenuto le sue sante mani sul capo. Avrei fatto un bel marrone, eh? E se mi metteva alla porta? O, peggio, se mi dava del matto? Avrei avuto quel che meritavo, è vero?.... Allora Donna Clara, lasciata la mia mano, va al pianoforte, spicca un giglio dal mazzo e viene ad offrirmelo dicendo, molto tranquillamente:
— E questo per la vostra virtù.
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[LA VENERE DI SIRACUSA]
Grazie, amica gentilissima, dell'amabile letterina. Tutti i miei sospetti e tutte le mie supposizioni sono dunque senza fondamento, ed ella non m'ha scritto per un motivo semplicissimo, «per mettermi,» dice, «alla prova». L'esperienza pare sia andata secondo i suoi desiderii; io dirò che, se lei se ne contenta, sono contento anch'io. Quanto a Vico Dastri, avevo proprio indovinato; ella mi scrive che questo mio amico è «insoffribile ma delizioso;» stasera, appena lo vedrò, gli voglio riferire il suo giudizio. Non abbia paura: Dastri non si avrà a male dell'«insoffribile,» anzi se ne compiacerà molto più del «delizioso.» Gli dia anche dell'«impertinente,» perchè egli pensa che quando un uomo è apprezzato dalle donne, vuol dire che vale pochissimo...
E, da ultimo, quanto alla sentenza dell'amico mio ed alla storiellina del Giglio, ella mi dice una cosa — onore al merito! — giustissima. Sì, Bernazzi avrebbe potuto essere un poco più galante con la Hundington e, pure non spingendo le cose fino a un punto troppo rischioso, dare a quella donna qualche soddisfazione di [pg!102] amor proprio; se così avesse fatto, il vantaggio sarebbe stato tutto suo. Vedendolo andar via dopo due ore che erano soli in una camera d'albergo senza che egli le avesse detto una parola amabile, quasi si fosse trovato dinanzi a un altro uomo, Donna Clara, che aveva fatto unicamente per lui tante spese di civetteria, fu scusabile se, ferita nella vanità muliebre, lo punse con l'ironica offerta del simbolico fiore dell'innocenza; se invece egli avesse dimostrato d'appetire la sua compagna, se avesse finto di lodare la bellezza che la poveretta non possedeva, ella naturalmente si sarebbe schermita, per modestia o mentita o sincera, ed egli si sarebbe potuto ritrarre lasciando di sè un lieto ricordo.
Per ottenere questo risultato Bernazzi doveva fingere. Mentre Donna Clara gli pareva disgraziata e peggio che brutta, ridicola, egli doveva darle a intendere che la giudicava seducente. Questa finzione, questa menzogna non sono molto biasimevoli. Tanto è naturale che gli uomini appetiscano avidamente le donne, che essi, come quasi tutti i maschi animali, non debbono quasi aver preferenze: dinanzi a qualunque persona del sesso diverso hanno da rammentarsi del proprio. Quella specie di diritto che le donne hanno acquistato alla lode, alla deferenza, alla reverenza di questi uomini, non riconosce la sua origine nel dovere sessuale di costoro? Noi possiamo asserirlo. Sicuramente la debolezza del sesso chiamato appunto debole diede agli uomini l'obbligo di rispettare e proteggere le loro compagne, specialmente quando il cristianesimo fortificò nei cuori umani i sentimenti di fratellanza e di carità; ma se le donne fossero state deboli senz'altro, voglio dire senza esser necessarie agli uomini, questi non le avrebbero nè protette nè rispettate; e la predicazione d'amore del cristianesimo sarebbe stata poco feconda. Invece gli uomini hanno tanto bisogno di piegare le donne, che per ottenerne l'assenso le esaltano: essi si sono obbligati a lodarle, a incensarle, tutte, indistintamente. Dinanzi a una vecchia, a una gobba, a una storpia, si comportano galantemente [pg!103] perchè da questo loro contegno le giovani e le belle li giudichino degni d'essere amati.
A onor del vero bisogna riconoscere che questo calcolo è divenuto incosciente. Bisogna riconoscere ancora che, talvolta, non c'è calcolo di sorta, nè cosciente nè incosciente, e che un istinto pervertito oppure un particolare sentimento induce gli uomini a dimostrare amore per donne vecchie od orribili. Ha ella letto quella novellina di Catulle Mendès dove si discorre del giudizio di Don Giovanni?... Quando l'anima del morto eroe compare dinanzi al Giudice supremo, tutte le donne che in vita egli ingannò, offese e perdè, sorgono a deporre contro di lui: le accuse sono innumerevoli, le testimonianze schiaccianti; pare inevitabile la più severa condanna; ma ecco sorgere a un tratto una vecchia, una donna che già conobbe le dolcezze dell'amore e, volendo ancora gustarle, non le potè più trovare quando, per gl'insulti del tempo, gli uomini già supplici e adoranti la fuggirono e la derisero. Or bene, Don Giovanni, l'insaziabile, non fece come gli altri; si chinò verso di lei, la raccolse, le procurò ancora una volta gli spasimi ineffabili... e per questa carità d'amore egli è perdonato!