Catulle Mendès fa opera di fantasia, ed io so che ella non tiene nessun conto delle finzioni. Le narrerò dunque un fatto, una storia vera e non una novella. Il protagonista è un romanziere francese che ebbe gran fama verso la metà di questo secolo e che si legge ancora, quantunque l'opera sua, innegabilmente rivelatrice d'un grande ingegno, non procuri le squisite impressioni e i fremiti arcani dei quali sono avidi gli amanti della dea Arte. Senza tanti discorsi: Eugenio Sue. Eugenio Sue, dunque, s'atteggiava, come tutti gli scrittori del romanticismo, a depravato; ma forse, o senza forse, era naturalmente sano, e la troppa salute dovè nuocere alla sua grandezza se è vero che il genio è una malattia. Per dimostrare la propria corruzione egli narrava agli amici alcune gesta che Alessandro Dumas riferisce giustamente come altrettante prove di bontà. Oda questa. Una sera l'autore [pg!104] dell'Ebreo Errante seguì per via una di quelle creature che i Francesi chiamano filles forse perchè non sono mai madri, e salì in casa di lei. In un angolo della camera — lascio parlare l'autore dei Tre Moschettieri — egli vide un mucchio di scialli, di vesti, di stracci, dai quali usciva tratto tratto un sospiro.
— Che cos'è? — domandò il Sue.
— Non ci badare, — rispose la mercenaria: — è una mia amica.
— Una donna, quell'affare?
— Ma sì!
— E dove ha cacciato la testa?
— Non puoi vederla, la tiene nascosta fra le mani.
— Perchè?
La mercenaria, chinatasi allora all'orecchio del romanziere, gli spiegò:
— Il suo amante le ha gettato in viso del vetriolo: è tutta sfigurata...