L'autore di Bel-Ami, dunque, avendo visto nell'album d'un viaggiatore la fotografia della Venere siracusana, narra che s'innamorò di lei «come ci si innamora d'una donna viva. Ella, probabilmente, mi decise a fare il viaggio: io parlavo e sognavo di lei assiduamente prima ancora d'averla veduta.» E arrivatole dinanzi così comincia a parlarne, senza nominarla, quasi non si possa dubitare di chi parla: «Entrando nel museo la scorsi in fondo a una sala, bella come l'avevo imaginata... Non è la donna poetizzata, la donna idealizzata, la donna divina o maestosa come la Venere di Milo; è la donna come realmente è, come noi l'amiamo, come la desideriamo, come vogliamo abbracciarla. E' grassa, col petto forte, l'anca potente e la gamba un poco pesante; è una Venere carnale che sogniamo coricata vedendola in piedi. Il braccio che ha perduto nascondeva le mammelle; la mano che le resta solleva un drappo per ricoprire, con un gesto adorabile, le grazie più misteriose. Tutto il [pg!108] corpo è fatto, concepito, inchinato per questo movimento tutte le linee vi si concentrano, tutto il pensiero vi corre. Questo gesto semplice e naturale, pieno di pudore e d'impudicizia, che nasconde e mostra, vela e rivela, attira ed evita, sembra definire tutta l'attitudine della donna sulla terra;» — (quell'attitudine contraddittoria, ella noti di passata, sulla quale ho già richiamato la sua attenzione). — «E il marmo è vivo. Vorremmo palparlo, con la certezza che cederà sotto la mano come carne. I fianchi, segnatamente, sono animati e belli in modo inesprimibile. Si svolge in tutta la sua grazia la linea sinuosa e grassa dei dorsi muliebri che va dalla nuca ai talloni e che mostra, nel contorno delle spalle, nella rotondità decrescente delle anche e nella lieve curva del polpaccio assottigliato fino alla caviglia, tutte le modulazioni della grazia umana. Un'opera d'arte non è superiore se non quando è nello stesso tempo un simbolo e l'espressione esatta di una realtà. La Venere di Siracusa è una donna, ed è anche il simbolo della carne.»
Qui il Maupassant fa una digressione per parlare di quell'amore misterioso e mistico che suscita la testa della Gioconda e lo sguardo di certe donne vive. La Venere di Siracusa non ha testa. E ciò nonostante, quantunque per la mancanza del viso e dello sguardo parrebbe dover mancare anche l'espressione, ella ha pure il suo significato. Se lo sguardo di certe donne ci dice cose che realmente non sono nelle loro persone e determina in noi un'esaltazione per la quale ci crediamo capaci di spiccare le stelle dal cielo, altre eccitano nelle nostre vene l'impetuoso amore dal quale è uscita la nostra razza. «La Venere di Siracusa è la perfetta espressione di questa bellezza potente, sana e semplice. Ella non ha testa! Che importa? Il simbolo è perciò stesso più integro. E' un corpo di donna che esprime tutta la poesia reale dell'amplesso.»
Ora un pittore tedesco amico mio, Franz von Rödrich, andato anche egli in pellegrinaggio a Siracusa per ammirare il portentoso marmo, ne restò, come accadde al Maupassant e come accade a quanti hanno [pg!109] occhi, turbato e quasi oppresso. Egli non era solo, un giovanotto suo connazionale lo accompagnava. Dovevano partire il domani per Malta e Tunisi, e non sapevano come occupar la serata in quella piccola città che, racchiudendo tante memorie d'un grande passato, è troppo sprovveduta delle attrattive della vita presente. L'artista sarebbe andato a letto se avesse potuto dormire, se la contemplazione del capolavoro non l'avesse sconvolto come ci sentiamo sconvolti incontrando una troppo bella creatura di carne e d'ossa. Seguì pertanto, sperando distrarsi, il suo giovane amico, al quale la vista della Venere aveva messo addosso un'altra febbre, meno pura e più facilmente guaribile. Nonostante il contrario consiglio di un cicerone di piazza, l'acceso giovanotto volle andare in cerca di veneri vive; e la turpitudine del luogo e l'orrore delle due sole creature che lo popolavano non valse a tranquillarlo; scelta la meno orrida, andò con lei. L'artista restò solo, disgustato, pentito di aver accompagnato il troppo ardente amico, e con la mente perduta dietro la raffigurazione della sublime bellezza della statua, col rammarico di non essere vissuto ai tempi che gli artefici incontravano i viventi modelli di simili opere.
Siracusa! La Magna Grecia! La statua di marmo pario! La Venere callipige! Ateneo e Lamprido!... Egli ripeteva tra sè quei classici nomi, quasi assaporandoli, quasi esprimendone la secreta virtù prima di abbandonare i memorabili luoghi dove forse non sarebbe tornato mai. I luoghi erano immutabili, ma come il tempo aveva compito l'opera sua! Il teatro era vuoto, vestito d'erba; il tempio di Diana era divenuto una mediocre cattedrale di provincia: non più Dionisio udiva dall'alto dell'orecchiuta latomia le voci dei prigionieri; il papiro dell'Anapo dava inutilmente al vento le verdi chiome vegetali, spodestato dalla carta fatta di stracci. E che cosa era divenuta la razza, l'uomo e la donna, dopo tanti miscugli di sangue? Come paragonare, senza sentirsi stringere il cuore di pietà e senza fremere di sdegno, la statua del Museo alla turpe creatura che gli stava dinanzi e che tentava di eccitarlo?... A un tratto [pg!110] egli udì gridare: «Franz!... Franz!... Franz!...» Era la voce del suo giovane compagno.
Franz accorse, cercandosi istintivamente un'arma addosso, credendo che l'amico chiamasse aiuto, rammentandosi le parole del cicerone che li aveva sconsigliati d'avventurarsi in quei luoghi... Egli s'ingannava, nessun pericolo li minacciava; il compagno lo chiamava per farlo partecipare alla sua meraviglia. La donna che questi aveva portata via, con una testa orribile e ignobile, irregolare, cotta dal sole, premuta da una zazzera untuosa come quelle delle Abissine, aveva il corpo della statua. Viva, calda, palpitante, essi si vedevano dinanzi la forma di Venere: avevano toccato il marmo ed era parso loro carne; ora toccavano la carne che parea marmo. Le loro mani tremavano nel premere le polpe scultorie; la loro meraviglia era estatica, non riusciva a saziarsi. Chi li avrebbe creduti, quando avrebbero narrato l'incontro? Aver visto la statua della Dea qualche ora prima, quelle forme che tutti i viaggiatori ammirano con un secreto senso di sfiducia, pensando che l'arte sola ha potuto plasmarle, ma che in realtà quella perfezione non esiste; e trovarle qualche ora dopo, non di pietra inerte, ma di muscoli elastici, e così perfette, in ogni parte, in ogni linea? Tutta lei, nel seno, nei fianchi, nel grembo: tutta lei, dai piedi al collo; solo la testa, la testa orrida e turpe, pareva una terracotta barbarica sovrapposta al marmo di Paros!
Il signore di Sade, redivivo, avrebbe pensato di decapitare quel corpo; Franz von Rödrich ripensava le parole del Maupassant: «Non ha testa! Che importa? Il simbolo è per ciò stesso più integro. E' un corpo di donna che esprime tutta la poesia reale dell'amplesso....»
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[L'ESTRO]
Diciamo il vero, signora mia: la dose d'ingenuità della quale madre natura volle provvedermi dev'essere proprio grandissima se da due mesi, contro le ostinate denegazioni di lei, e con la previsione dell'inutilità d'ogni ulteriore insistenza, io persevero a dimostrare concetti che ella dice arbitrarii, riprovevoli e insostenibili. E giacchè siamo a parlare d'ingenuità, le confesso proprio ingenuamente che comincio ad essere un poco stanco di predicare, come si suol dire — nè il paragone ha nulla d'offensivo per lei! — di predicare, come si suol dire, al muro. Ella è più salda nelle sue idee di un buon muro di sassi e di cemento! E di questa cosa evidente, della quale le ho dato una moltitudine di prove — senza che ella le abbia distrutte con prove contrarie! — cioè che l'amore degli uomini è una passione fortissima, uno struggimento ineffabile, un impeto veemente, senza fine maggiore di quello delle donne, ella non si vuol persuadere. Ella mi ricanta il solito ritornello: gli uomini amano più con i sensi; ma con l'anima amano meglio le donne; l'amore degli uomini è più positivo e pratico; più ideale e poetico è l'amor delle [pg!112] donne!... Ma, in nome di Dio, entri in una biblioteca e ne sfogli il catalogo. Quanti sono i libri d'amore, d'amore romantico, poetico e ideale, scritti dagli uomini? Sono milioni! Quanti quelli scritti dalle donne? Forse uno, in proporzione. E tutta la poesia che esiste al mondo sarà stata scritta dagli uomini senza che essi la sentano; mentre invece soltanto le donne sentiranno poeticamente; le donne, che di questa loro sublime poesia non ci riferiscono neppure una rima?... E' vero, è purtroppo verissimo che uomini e donne non si possono intendere perchè ciascun sesso considera le cose sotto un certo aspetto tutto suo proprio; ma c'è pure una logica superiore al modo di ragionare dei sessi; e questa logica dice che la poesia delle donne amanti dev'essere un sentimento mediocrissimo, se non si esprime, se non le spinge a cantare; mentre forte e grande e sublime è la prorompente poesia degli uomini innamorati che empiono il mondo dei ritmici gridi della loro passione!... Sissignora: la prima sartina incapricciata del primo commesso di negozio che le dice una galanteria, spasima d'ideale e poetico amore; mentre l'amore di Francesco Petrarca e di Alfredo de Musset, di Dante Alighieri e di Giorgio Byron, di Enrico Heine e di Ugo Foscolo e di Victor Hugo e di Leopardi e di Shelley e di Goethe e di Lamartine è una roba — adesso scrivo in milanese! — tutta prosaica e materiale!
Io avevo messo da parte per lei, secondo la promessa fattale altra volta, alcune cose di Ermanno Raeli. Ella che non giudicò detestabili, come al povero amico mio parevano, le sue poesie, mi richiese di cercare se tra le carte del defunto se ne trovavano altre. Precisamente io avevo trovato un passaggio del suo giornale pieno di versi, e volevo trascriverli e mandarglieli senz'altro; ma la sua lettera odierna mi spinge a fare un'altra cosa. Queste poesie del Raeli sono intercalate in mezzo alla prosa, si riferiscono ad un suo stato d'animo, ai sentimenti che egli provava nell'atto di scrivere certe sue note. Or bene: egli aveva incontrato allora allora Massimiliana di Charmory e s'era [pg!113] innamorato di lei. Che cosa fu l'amor suo io narrai altra volta: qui ella leggerà dentro all'anima amante, assisterà all'improvviso divampar della fiamma. Perchè ella dia a queste note il loro giusto valore, comincerò col trascrivere le precedenti, le pagine anteriori all'incontro, nelle quali egli significa la sua depressione e il suo disgusto. Quando d'una donna che s'innamora ella mi riferirà qualcosa di simile, io le darò ragione. Noti che non le do ora queste pagine come sublimi: sono anzi molto mediocri, ma dimostrano di che straordinaria eccitazione, di che prodigiosa esaltazione, di che intellettuale e sentimentale fioritura è causa nel cuore d'un uomo l'amore. Ed eccole: avverto ancora che trascrivo senza mutare una sillaba, senza alterare neppure la disposizione dello scritto; rammento infine, per certe stranezze di stile, che Ermanno Raeli, come mezzo tedesco, scriveva spesso in un italiano tutto suo.