— Manca di funicolari, questa tua Promonte! — gli disse allegramente, caricando la valigia sullo svelto veicolo. — Quando si sta fra le nubi, si fa trovare almeno un ippogrifo!
— Scusami, — rispose l'altro. — Ho calcolato male il tempo. Ti prego di scusarmi.
— Non ti scuso niente affatto: ti ringrazio. Almeno una volta in vita mia avrò potuto pronunziare una parola regale: «Poco mancò non mi toccasse aspettare!...»
Rise della propria facezia; poi, osservando il cavallino fremente per la corsa vertiginosa e carezzandolo sulla groppa in sudore, esclamò:
— Ma guarda questa povera bestiola, come me l'hanno conciata!... Ma che maniera di guidare!... Denunzieremo il signor padrone alla Società zoofila del capoluogo!
Quando ebbe preso posto accanto all'ospite, quando il legnetto s'avviò per la salita, gli mancò il cuore di scherzare. Se non avesse visto l'amico suo da tre anni invece che da tre soli mesi, l'opera del tempo avrebbe spiegato la trasformazione operatasi in lui; il solo dolore dell'anima non poteva averla prodotta. I capelli delle tempie erano quasi tutti incanutiti; sul viso scarnito e soffuso d'un lividore malsano le occhiaie si erano gonfiate d'umore, come negl'infermi di nefrite; i solchi delle rughe erano più profondi, le vene temporali più turgide e serpiginose. Bisognava domandargli: «Soffri? Perchè non ti curi?...» ma le parole gli morivano sulle labbra, per paura di toccare la piaga secreta di quell'anima in pena.
Egli stesso ruppe il silenzio per domandargli:
— Sei partito iersera?
— Iersera.
— Hai fatto colazione?