L'amico portava la somma, contro la firma d'un pezzo di carta.
Fanny aveva bisogno d'abiti e di vezzi; andava spesso a trovar la marchesina, e non poteva presentarsi alla sua antica padroncina come una cameriera. Poi era stata sempre abituata a portar cappellini, e non poteva adattarsi all'uso dello scialle paesano.
— Un uso stupidissimo! Allora tanto vale andare attorno vestite di casa, se l'abito non s'ha da vedere!
I cappellini costavano cari, ma Salvatore non badava alla somma.
— Spendi tu stessa quel che ti bisogna — diceva, consegnandole tutto quanto gli entrava.
Giusto, la marchesa era partita per le sue terre, e aveva lasciato il palchetto del Comunale al segretario, al cocchiere ed a Fanny, una sera per uno.
— Chi è quella signora? — sentì dire Salvatore, gongolante, a un giovanotto nell'atrio del teatro, mentre passava sua moglie tutta ravvolta nel mantello bianco, con la piccola coda dell'abito che spazzava il corridoio.
Lei pareva veramente una signora, come tutte le altre, quando appuntava l'occhialetto qua e là per la sala, col gomito nudo sul velluto e i guanti a mezzo braccio, o quando agitava lentamente il ventaglio, o si riversava indietro, a ridere e a chiacchierare col segretario o con l'amico Agostino.
— Vogliono metter la casa all'asta — venne a dir questi una sera, mentre il teatro risuonava di canti e di applausi.
Ma Salvatore guardava sua moglie, estatico, e non l'intese.