— Se crede — disse al principale — il salone lo piglierei io....
Ma Salvatore non sapeva ancora decidersi.
— Non c'è nessuna speranza? da combinar niente?
— Che cosa volete combinare? Se tardate ancora, i fabbricanti vi faranno il sequestro.
Egli voleva almeno il consiglio di sua moglie, per l'amor della quale più si angustiava.
— So di molto io! — rispondeva quella. — Sono affari vostri.
Il giorno che lasciò il Salone di Venezia per passare all'oscura bottega del vicolo della Neve, Salvatore si sentì stringere il cuore. Dentro, c'erano ancora l'odor di formaggio e le macchie di grasso lasciati dal pizzicagnolo che vi stava prima. La casa di contro, alta e grigia, pareva gli pesasse sullo stomaco, ed egli non si fidò neanche di leggere una dispensa di romanzo. Nessuno nel vicinato conosceva il nuovo barbiere, che non aveva cartello, e fino ad ora tarda non venne anima viva, nemmeno l'amico Agostino, quantunque fosse il suo giorno di barba. Ma come annottava e Salvatore, sull'uscio, guardava il lampionaio che correva a zig-zag accendendo i fanali, si vide l'amico dinanzi, vestito a nuovo e sbarbato di fresco.
— Scusate se non son venuto, ma ho la fidanzata che m'aspetta e m'è bisognato farmi bello. Non ve l'ho detto che prendo moglie anch'io? La figliuola di don Gaspare, il sensale del marchese; dieci mila lire in contanti e un corredo che bisogna vederlo. Col suocero faremo tutta una casa e la ragazza è una gioia. Io scappo, che m'aspetta; scusate....
E se ne andò, affrettando il passo.
Ora egli non veniva più a trovarlo; veniva invece il segretario della marchesa. Con Fanny erano vecchi amici, e lei lo tratteneva spesso a desinare.