La casa era sfondata, il tetto e i muri divisorii abbattuti come da un terremoto, ingombrando il suolo d'un monte di calcinacci, di travi vecchie e di tegole rotte. Restava in piedi soltanto la gabbia, che i murifabri, sui ponti, lavoravano ad alzare di due piani.

— Verrà una bella palazzina!

E prese in affitto una bottega lì vicino, nuova, con le mura bianchissime e un forte sito di calce. Vi adattò alla meglio le sedie, i due specchi, l'attaccapanni, le oleografie che gli restavano, e fece dipingere in nero, sui vetri dello sporto Piccolo salone Venezia, che parevano mignatte appiccicate sulle lastre.

Di lì seguiva i lavori nella sua antica casa, dove i muratori voltavano l'arco delle ultime finestre e impostavano il cornicione. L'ingegnere e il padrone venivano spesso a invigilare, guardando per aria i muri, facendo segnali col bastone, girando da una parte all'altra.

— Quello mi par di conoscerlo — pensava Salvatore, guardando da lontano.

E un giorno s'avvicinò.

— Agostino!

— Ah... siete voi? — L'amico pareva un signore, con la catenella sulla pancia e una spilla alla cravatta.

— Che cosa fate da queste parti?

— Ho ricomprato io la casa... — rispose quello, un po' confuso. — Mio suocero è morto... e m'ha lasciato ogni cosa...