I dolori del nuovo parto erano cominciati. Isidoro Spina andava di su e di giù per la casa, incapace di dare aiuto a sua moglie, come se anche lui stesse per metter fuori qualche cosa. Durante quella quarta gravidanza, lo studio dei sintomi dai quali si poteva argomentare il sesso del nascituro gli aveva tolto il sonno e l'appetito. Poi, con l'idea d'un mal'occhio gettato sulla sua casa, aveva fatto configgere sul comignolo del tetto un enorme paio di corna bovine, da fugare tutte le jettature del mondo; aveva anche piantato dentro un gran vaso un aloè, sul fusto del quale aveva legato un nastro rosso scarlatto, e lui stesso s'era provvisto di un cornicello di corallo rosso che portava appeso al panciotto. Pensava che fosse Anna Laferra, vecchia ciabatta diventata ora strega, quella che, sapendolo contento, non potendo far altro per contristarlo, operava qualche malefizio contro il compimento del suo voto. Giusto, una volta gli dissero che era passata da Monserrato: lui si mise a gironzare per le vie, con un bastone in mano, per romperglielo sulle spalle, se l'incontrava. E il momento del parto si avvicinava, e massaro Francesco, venuto a trovare il figliuolo, guardava sua nuora in cagnesco, aspettando che facesse finalmente il suo dovere. Adesso l'impazienza di Isidoro diveniva smaniosa; a un certo punto non ci resse più: prese a parte la levatrice e le disse:
— Comare, sentite, io me ne vado... Se mai, sono qui all'osteria di Jano.
All'osteria, si mise a fare una partita di briscola, ma non ne azzeccava una. Come aveva li cuor nero, cominciò a bere, e già la testa gli girava. Ad un tratto comparve un monello, il figliuolo della gna Sara, che mise a vociferare:
— Don Isidoro!... Don Isidoro!... Vostra moglie... ha fatto femmina...
— Eh?... femmina?... — biascicò lui. — Bravo davvero!... Ci ho piacere... com'è vero Dio, ci ho piacere!... Bravo, bravo davvero!...
Massaro Francesco venne dopo un momento a battergli una mano sulla spalla e gli disse:
— Io ti saluto, che me ne torno al paese. Quando vuoi venire a casa mia, mi farai tanto piacere; ma qui i piedi non ce li metto più.
Nel suo cordoglio, Isidoro trovava un conforto nel vino. Ora dava spesso delle capatine all'osteria; la sua riputazione di lavoratore sobrio e valente finiva per sciuparsi. In casa, le liti divenivano frequenti; spesso, quando le bambine avevano delle bizze, egli le picchiava sodo. Poi se ne pentiva, le accarezzava, ma distrattamente, mandandole via dopo un poco. Le comari, vedendo la faccia angustiata di sua moglie, se lo mettevano in mezzo, cercavano di consolarlo, parlando tutte in una volta:
— La speranza non è perduta!... Siete giovani ancora!... Cos'è questo modo?... I figliuoli si prendono come li manda il Signore!... Con chi ve la pigliate?... volete buttarle alla ruota, perchè sono femminuccie?
La vera ragione era che non si poteva prendersela con nessuno. Ma egli non si metteva il cuore in pace. L'augurio tradizionale degli amici che si stringono la mano, separandosi: «Salute e figli maschi!» suonava per lui come una derisione. Una volta, a sentirselo ripetere dopo aver bevuto, si fece scuro in viso e disse, guardando il compagno nel bianco degli occhi: