— L'ho sempre detto io, che questa non è casa!
Ma come la stagione s'avanzava, la principessa si vedeva, con un sospiro di sollievo, sempre meno gente attorno. Ora lei restava padrona di sè, sicura di non esser disturbata. E al rianimarsi del giuoco, tutti ricominciavano a lagnarsi di perdere, a prendersela con la sorte o ad accusarsi l'uno con l'altro.
Il marchese Sanfilippo l'aveva con padre Agatino, toccava tutti i momenti un corno di ferro che portava appeso alla catenella, contro il mal'occhio.
— Siete un iettatore! Non giuocherò più quando ci siete voi!
— Ma se la disdetta mi perseguita! Perdo da un mese!
Tanto era vero che non sapeva come fare a contentar la Rosalia, che voleva la carrozza il giovedì e la domenica, ora che la musica suonava di sera al giardino pubblico.
— Andate là, viziosaccio! — rispondeva il marchese, che aveva anche lui bisogno di denari per piantar le vigne ai Pojeri: non c'era altro prodotto che il vino! e la fabbrica d'agro cotto era lasciata a mezzo.
— Non ho mai un giorno di vena! — si lamentava la principessa con la Morlieri.
A sentire l'eterno ritornello, donna Cecilia parlava chiaro, com'era suo costume:
— Scusa, cara Sabina, ma io direi che sei tu che non potrai vincere mai!... Prima di tutto, non sai giuocare...