La principessa alzava le spalle, ridendo.

— Insegnami tu!

— Secondo, i tuoi compagni, quando possono, senza che tu te ne accorga, dànno una mano alla fortuna...

— Non è vero! È una calunnia.... Sai che diventi cattiva?

— Terzo, finalmente, come tutti i giuocatori, tu sprechi la vincita invece di metterla da parte.

— Non è vero niente; son'io che debbo dirlo! Del resto, non giuocherò più... andrò in campagna, la mia salute ne ha bisogno. Voglio ristabilirmi, voglio restare un paio di mesi senza toccare una carta, per vedere se la disdetta si stancherà. Tu verrai a trovarmi, qualche volta? Non lasciarmi sola...

La solitudine della principessa durava un giorno. Appena stabilita a Villa Oriente, arrivavano i notabili del paese: il sindaco don Delfo, il ricevitore, don Gerolamo il farmacista; subito dopo cominciava il va e vieni degli amici, dei conoscenti, degl'invitati, che si trascinavano dietro altre persone, sicuri di trovare la più larga ospitalità, un posto a tavola e un altro a tavolino. Padre Agatino arrivava il primo di tutti, con una valigia, un sacco da notte, la cappelliera e ogni sorta d'involti e d'involtini; affittava un villino per la Rosalia e prendeva per sè la più bella camera di Villa Oriente, dove andava e veniva a comodo suo. Degli altri, chi restava un giorno, chi una settimana e chi più, a proprio talento. I propositi della principessa svanivano come nebbia al sole; il movimento, la folla l'ubbriacavano, e ricominciava a giuocare, da principio un poco, tanto per far qualche cosa.

— Come si passa il tempo in campagna?

Però padre Agatino cominciava a mormorare:

— Che seccatura!... Se avessi saputo di annoiarmi tanto!...