— Tutte le fusa non vengon dritte! — diceva Rosa — e la visita può levarsela di capo; son io che glie l'assicuro!
Poichè non le riuscì di essere ricevuta dalla baronessa, la signora Giacomina si mise a gridare, che si sentiva per tutto il cortile:
— L'onore lo facevo a lei, di andarla a visitare!... A me non mancano case dove mi vengono a ricevere ai piedi dello scalone; chè quando campava la principessa di Roccasciano eravamo come sorelle, e da lei ho conosciuta tutta la migliore società!...
Però, malgrado sbraitasse, volle prendere la stessa pettinatrice della baronessa, la Liberata, e le mandò a offrire dodici lire il mese, perchè quella andava soltanto nelle case dei signori e non voleva salir troppe scale.
— Ci mancava quest'altra, tra i piedi! — borbottava Rosa, vedendo la pettinatrice salire dalla signora Giacomina. — Guardate che c'è: scialle di seta!... stivaletti verniciati!... pendenti d'oro!... Auf, quante cose si debbono vedere!
— Tu di che t'impicci? — ammoniva maestro Titta.
— Io? Me n'importa assai! Dico anzi che le treccie finte glie le combina bene!
Mentre le passava il pettine fra i rari capelli, la Liberata parlava alla signora Giacomina delle ricchezze dei casati che lei serviva, degli abiti che le signore aspettavano da Parigi, del trattamento che facevano alle persone di servizio, dei regali che davano anche a lei: ora un cestino di frutta primaticcie, ora qualche bottiglia di vino dolce, ora un palchetto a teatro; quasi per farle sentire la miseria delle sue dodici lire.
E la signora Giacomina, quando il marchese le mandava dei regali, prelevava la parte di Liberata:
— Non bisogna far cattive figure!