E se la pigliava con don Felice che, se restava in casa, sbottonato, in ciabatte, si buttava sui divani e sulle poltrone, trascinandosi dietro i guanciali, per star più comodo, e con Totò sempre lercio indosso, la faccia allumacata di carbone, di gesso e di ogni sorta di sudicerie, che abbruciacchiava le sedie coi cerini rubati al babbo, affossava il pavimento, rompeva le vetrate con la trottola, ingombrava le stanze e vi disseminava i pezzi di vetro, la carta stracciata e il terriccio portato via dai vasi della terrazzina dentro un suo carrettino con una ruota mancante.
La guerra scoppiò per causa sua, un martedì quando Rosa aveva sciorinato i panni alla funicella che andava dalla sua finestra alla terrazzina di don Felice sulle carrucolette di rame. Totò aveva fatto un nodo alla fune, talchè quando lei volle tirarla, non riuscì a farla andare nè avanti nè indietro, e mentre ci si arrabbiava e cominciava a gridare, il ragazzo, mezzo nascosto tra i vasi, le fece le fiche, cantando:
— Ohè! Ohè!
— Ah, figlio di non so chi, ti prudono le mani?
La signora Giacomina, sentendo questo discorso, venne fuori come una vipera a gridare contro quella ciabatta che rispondeva in tal modo al suo figliuolo:
— Se non la finisci, ti faccio pigliare a calci e chiamare dalla questura!
Rosa se la legò al dito.
— Ciabatta a me? Io in questura? Le voglio far vedere, a quella buona donna!
Così, quando i vicini si affacciavano al balcone, ora la mamma e ora le figliuole, lei si metteva a parlare ad alta voce, rifacendo il verso di quella gente, guardandosi addosso e stringendosi nelle spalle, o raggiustando le pieghe della veste dinanzi alle vetrate che le servivano da specchio, o facendosi vento col soffietto della cucina.
— Milia! — fingeva di chiamare. — La polvere di cipria! Milia, lo spillone!... presto, dico, Milia!...