II.

La signora Giacomina non poteva vedere il figliuolo crescere a quel modo, e poichè le pedate servivano solo a farlo gridare così forte da sollevare tutto il cortile, deliberò di metterlo in collegio, come aveva fatto la baronessa Scilò, dalla quale non aveva potuto essere ricevuta.

— Dov'è il figliuolo della baronessa? — chiese alla pettinatrice.

— Ah! quello è al Convitto Nazionale, dove vanno i figli dei primi signori, e si paga salato!

La signora Giacomina mise anche il suo al Convitto Nazionale, senza badare a sacrifizii; e a vederlo passare per le strade, coll'uniforme gallonata e i guanti chiari, sospirava di sodisfazione.

— Come fa per spendere a questo modo? — domandava il trattore dinanzi alla sua porta, mentre badava ai garzoni che grattavano formaggio e spennavano polli.

— È quel citrullo del marchese! — rispondeva il tappezziere, sventrando vecchie poltrone, per cavarne quel po' di crino e le molle ancora sane.

— To', guardate chi s'affaccia; don Felice!

— La vera testa dalle corna d'oro!

Don Felice era piccolo, con la faccia lunga e una pelle dura e giallastra, su cui la barba ancor sporca di nero pareva appiccicata. Si vestiva, d'estate e d'inverno, con un soprabitone color tabacco di Spagna, e quando andava fuori, col cane dietro, teneva la testa bassa, per il peso di quell'affare — dicevano — e le mani in tasca, come uno che pensasse alla quadratura del circolo. Lui invece non pensava se non alla vedova del tintore, quella che stava dall'altra parte del cortile, all'angolo della via del Seminario. Tutto il tempo in cui era libero, egli se ne stava seduto nella bottega, accanto alla Vincenzina, che aveva una corporatura enorme, un gran faccione bianco e rosso col mento che si sprofondava nel collo carnoso e il busto ricascante da tutte le parti.