Per lei don Felice si rovinava; ma quella gli rinfacciava la sua famiglia, lo strapazzava, se lo metteva sotto i piedi, per farne quel che voleva.

— Vattene da tua moglie, che t'aspetta!

— Mia moglie, chi? Io voglio bene solo a te.

E rubava i denari alla signora Giacomina, e si faceva prestare i soldi dalla Milia, per mandarle qualche cosa, ogni volta che andava a trovarla. Sapeva prenderla dal suo lato debole, la gola: per una minestra saporita, per lo stufatino con molti chiodi di garofano e un pizzico di basilico, per la salsiccia ben grassa, per le frutta fuori stagione, lei si sarebbe dannata l'anima.

E ogni giorno, andato a far la spesa e tornato a casa col ragazzo che portava le sporte colme, don Felice prelevava le migliori cose e glie le mandava.

— Sono per un amico — dava a intendere alle ragazze, che gli ridevano sul muso.

Quando sua moglie lo risapeva, succedeva un casa del diavolo.

— La padrona sono io, qui dentro, avete capito? Chi s'attenta un'altra volta l'ha da fare con me!

— Ah, fossi solo! — sospirava don Felice.

— Perchè non mariti quelle civettine? — diceva la Vincenza.