Giusto le ragazze cambiavano d'innamorato ogni quindici giorni, e per le scale, quando il babbo e la mamma erano fuori, era un continuo salire e scendere. Se la signora Giacomina s'accorgeva di qualche cosa, ricominciavano le grida, che tutto il cortile pareva in rivoluzione.

— La padrona sono io! avete inteso? E fino a quando avrò animo di stare in piedi, la padrona sarò io!...

Lei voleva portare avanti la sua casa, educare Totò come un signore, e trovare un posto a suo marito, che aveva la laurea d'avvocato, e il marchese Motta prometteva il suo appoggio al Municipio.

— Fa una domanda, con tutti i tuoi titoli, che al resto penserò io.

E le ragazze dovevano fare i migliori matrimonii; per questo era rigorosa con esse e pretendeva che stessero come si deve; ma poi non badava a spese purchè andassero attorno come due figurini, con abiti chiassosi, e le braccia e il collo pieni di galanterie, di braccialetti a serpentelli, di collanine, di monili a campanelle che tintinnavano ad ogni loro movimento.

Le ragazze avevano un'eguale corporatura alta e slanciata, i seni robusti, la vita sottile e piccole teste dai capelli castagni e dagli occhi pieni di malizia. Si coprivano di cipria — come triglie pronte per la padella, diceva Rosa; ma Antonietta, la maggiore, lo faceva per necessità, giacchè la sua pelle era floscia, cadente, quasi appassita, e formava la disperazione della mamma.

— Guardate un po' com'è; a vent'anni!

Antonietta ne aveva ventisei, degli anni; ma la signora Giacomina glie ne scemava sempre parecchi, per darsi a credere più giovane lei stessa, e anche per maritarla più facilmente.

— Quasi non si sapesse che cominciano a far puzza di muffa! — malignava la Rosa con Nino, il garzone del trattore, col quale adesso era entrata in amicizia.

— O muffa o non muffa — rispose maestro Titta — il fatto sta che si è presentato un bel partito: non lo sai?