Intanto i suoi guai crescevano, egli ricorreva al prestito, cercava di rubare a sua moglie, metteva tutto quello che aveva al lotto, ma Vincenzina gli faceva sempre una fredda accoglienza, rinfacciandogli la sua miseria.

— Che cosa vuoi? Non mi seccare!

Quella ora se la diceva col trattore; ma la passione di don Felice ne diventava più forte.

— Don Felice è più giallo di prima — dicevano nel cortile. — Che cosa gli è successo?

— La solita disgrazia.

— Quando si dice la sorte! È nato predestinato...

Lui si rivolgeva al baronello, gli faceva la corte, chiedendogli quattrini in prestito, ma quel che ne ricavava non bastava a saziar le voglie di Vincenzina, ora che c'era la concorrenza del trattore. Allora si dirigeva ad Alberto De Franchi, mostrando d'interessarsi alle sue cose, facendogli molti complimenti, grandi dimostrazioni di amicizia, finchè un giorno mise fuori una proposta:

— C'è da far fortuna, col negozio delle nocciole. Ho dei corrispondenti fidati, a Trieste. Se vuoi, possiamo tentare insieme.

E gli strappava cinquanta lire, cento lire, a un po' per volta, dicendogli che aveva spedito i campioni, che si aspettavano le commissioni, pigliando tempo.

— Domandano anche i sommacchi, un altro articolo sicuro...