— Ho inteso l'affare del prestito; ora vi faccio la ricevuta, in piena regola.
— Ma non occorre, signor don Antonino... Fra galantuomini!..
— No, no; patti chiari e amicizia lunga: questo è il mio costume.
— La chiamo, la Nunziata? — gli domandò sottovoce donna Mena, mentre egli scriveva sopra una fattura della sartoria, al tavolone da stirare.
— Se non vai via, ti piglio a calci — rispose ad alta voce don Antonino.
Così Concetto se ne andò con la ricevuta in tasca, come un cane bastonato; che non gli avevano neanche detto grazie e della ragazza non ne aveva saputa nè nuova nè vecchia.
II.
Ora che aveva la macchina, la Nunziata non trovava più le difficoltà di prima a scender nella sartoria, ci stava invece volentieri, e si occupava un po' a orlare qualche dozzina di fazzoletti di battista, un po' a cucire una camicia, pel suo corredo: che un giorno o l'altro ci si doveva pensare! — diceva don Antonino. Ella aveva sempre un monte di biancheria fra le gambe, e la bottega era piena del tic-tic degli aghi che salivano e scendevano precipitosamente. Don Antonino faceva spese, col credito che gli era tornato dopo che il marchese era grave e aveva fatto testamento, con un bel lascito per lui: lo aveva anche assicurato Domenico, il cameriere. Per questo egli andava chiedendo a chi due onze e a chi cinque, chè a contare a lire gli pareva d'essere un pezzente; s'era anche vestito a nuovo, portava il cappello di traverso, e la pancia gli scoppiava, come a un vero marchese.
Donna Mena si raccomandava alla Madonna, perchè aveva un cuor nero e prevedeva qualche disgrazia. I debiti che don Antonino faceva con la speranza dell'eredità sarebbero stati niente, senza il pensiero della Nunziata, che ora restava tutto il giorno dietro lo sporto, guardando i giovanotti che passavano, e dava un occhio alla macchina e un altro alla via.
— Tu, figliuola mia, non badare a chi passa!...