La principessa la guardò, tutta meravigliata, dietro il velo di lacrime che le offuscava la vista.

— Giuocare io?.. E quando?.. Se ho perfino dimenticato la forma delle carte!

— Quand'è così, buon divertimento!

— Non mi credi?... Non mi crede più nessuno!...

Lei non sapeva che fare, dove dar di capo, nel dissesto che quel grave avvenimento metteva in tutte le sue abitudini. Non giuocando più, davvero, per qualche giorno, cadde ammalata. Intorno al suo letto si succedevano una dopo l'altra tutte le sue conoscenze, a scambiar notizie, a discorrere del più e del meno. La casa restava in balìa dei visitatori; le persone di servizio andavano e venivano per conto di questi e di quello, del cavaliere Fornari che voleva un po' di bicarbonato, del pretore che mandava a casa a cercare il soprabito, della Giordano che faceva chiamare una carrozzella, del duca che aveva fame; intanto che padre Agatino stava alle vedette, aspettando un giuocatore, disperato di aver dovuto smettere giusto in un periodo di vena, che gli mancava poco per mettere assieme la sommetta chiestagli dalla Rosalia.

— Almeno venisse quella bestia del dottore!

Ma il dottore non veniva; la principessa, che gli aveva una gran fiducia a tavolino, non voleva sentir parlare di lui quand'era ammalata.

— Bisogna che la disgrazia mi perseguiti! — borbottava il monaco.

— Non sapete la disgrazia di quel povero de Fiorio? — venne a dire una sera il Fornari.

— Che gli è successo?