Giusto, la principessa andava sempre peggiorando e non riusciva più a levarsi di letto. Ella voleva fare un voto alla Madonna del Carmine, cercava una penitenza molto grave da infliggersi, perchè la Bella Madre ne la rimeritasse, facendole ricuperar la salute.

— Ecco, io non giuocherò più il venerdì; non toccherò neppure una carta col dito!

Il venerdì, come padre Agatino e il marchese volevano giuocare, ella chiedeva che almeno si mettessero vicino, in modo da poter seguire le vicende della partita. Ai bei colpi, alle vincite replicate, gli sguardi smorti sul viso scarnito le si accendevano, le braccia magre si districavano di sotto il monte delle coperte, annaspando verso le carte.

— Un giro... un giro soltanto...

Si abbatteva ancora di più, ricascava sfinita sugli origlieri roventi, rifiutava le medicine per grandi bicchieri d'acqua che non riuscivano a spegnere la sua sete ardente.

Nessuno fra quelli che si erano divertiti per tanto tempo a sue spese veniva ora a trovarla; suo nipote Fornari non poteva più salir le scale e solo la Giordano continuava a trascinarsi dietro le figliuole e suo marito don Felice, per dire che era stata dalla principessa e per pigliarsela con la Morlieri che, a darle retta, aveva rubato D'Errando a sua figlia Antonietta.

— Ma il barone se l'è presa per i denari, e glie ne fa vedere di tutti i colori, e la picchia perchè vuol far lui da padrone. Bene le sta! Bisognava sentirla sentenziare: «La sorte è di chi se la fa!» La sua se l'è fatta lei, non c'è che dire!...

La principessa non ascoltava più quelle chiacchiere e si lagnava, sordamente.

Il medico, qualche giorno dopo, disse al duca che non c'era più niente da fare, altro che pensare all'anima.

— Sia fatta la volontà di Dio! — rispose la principessa quando l'avvertirono; ma lei si sentiva un po' meglio.