Mentre padre Agatino e il marchese facevano la partita, nell'altra stanza, e il pretore Restivi russava sulla poltrona, la principessa chiamò la cameriera, si fece sollevare sopra un monte di cuscini e chiese un mazzo di carte.

— Vostra Eccellenza che cosa fa mai!...

— Mi sento meglio, Fanny... voglio svagarmi... A che giuoco sai giuocare?

— Eccellenza...

— Alla scopa?

— Un poco, Eccellenza...

E incominciarono la partita. A un tratto i brevi rintocchi di una campanella risuonarono in lontananza: si avvicinarono, sembrarono estinguersi sotto il portone, ripigliarono più squillanti per le scale insieme con uno scalpiccio di passi, togliendo i giuocatori dal loro tavolino, facendo accorrere i servi e rabbrividire la principessa in fondo al suo letto, su cui il mazzo delle carte si sparpagliava, riversandosi da tutte le parti...

Per qualche giorno ancora l'ammalata subì alternative di migliorie e di peggioramenti. Ora non parlava quasi più e restava a lungo assopita in profondi letarghi. Fanny che la vegliava ne profittava per andare a far toletta; padre Agatino e il marchese nella stanza accanto, per riprender la partita. Giusto padre Agatino perdeva, da più giorni, costantemente, e doveva già qualche migliaio di lire al suo compagno. Mutava di posto, faceva le corna al mazzo di carte, per rompere la disdetta, ma inutilmente.

— Io non giuocherò più con voi! — gridava esasperato.

— Ma chi vince? — disse il marchese — Io non rientro ancora nel mio! — E andò via perchè aveva un convegno con l'ingegnere per la condotta in città dell'acqua delle Settefonti: questa volta l'impresa era d'esito certo.