Chi con una scusa, chi con un'altra, nessuno aveva il coraggio di affermare la verità.

— Anna Laferra? — diceva don Giuseppe il barbiere, mentre gl'insaponava la testa. — L'ultima ciabatta del paese! Ma che ti serve la mia testimonianza? L'ingiuria resta e non eviterai nè un giorno di carcere nè una lira di multa.

— Ma andiamo che io non voglio esser posto in prigione e rovinarmi agli occhi della società! — diceva Alfio Balsamo, come tutti lo abbandonavano.

— Hai visto che vuol dire non aver giudizio? — gli veniva ripetendo sua madre, più angustiata di lui.

— Debbo sentire anche voi! non basta il guaio che mi casca addosso!

— Non andare in collera, figlio mio; io lo so che non è colpa tua, ma dei compagni che ti portano alla cattiva strada. Cerchiamo frattanto il rimedio, ora che il fatto è fatto.

— E che volete cercare? non vedete che i paesani hanno paura di dir la verità?

Donna Giovanna non lo contradiceva, dal gran bene che gli voleva; ma pensava che il mezzo d'accomodar la cosa non era quello della giustizia.

Successe così che il pretore di Vallebianca condannò Alfio Balsamo, in contumacia, a due mesi di carcere e a cento lire di multa, nè più nè meno di quel che aveva previsto il cancelliere.

— Questo si sapeva! — disse Alfio, quando vennero a portargli la notizia ai Pojeri, dov'era andato a lavorare. — Volevate che il pretore mi assolvesse, dopo che quel vecchio pelato di don Gesualdo gli mandò a regalare una posata d'argento? Ma non finisce così, sangue del mondo! e io andrò in città, a pigliarmi il primo avvocato!