Come se non bastasse, due o tre volte al giorno gli toccava scender nelle tine, per la follatura, e questo veramente gli pesava. Aveva scommesso, l'anno prima, di fare quel servizio per due lire al giorno, invece di quattro, quante ne pretendeva maestro Brasi, il calabrese; ed egli che era un ragazzo onorato aveva mantenuto la parola. Ma appena provato di che si trattava, si era subito pentito; perchè quello spogliarsi e vestirsi a ogni momento, e il passare dal caldo del mosto al freddo dell'acqua con cui si lavava, e il restare in mezzo alle esalazioni della tina che gli mozzavano il respiro, non era molto comodo.

— Avete ragione! — esclamava, pigliandosela col fattore. — Me l'avete fatta! Ma un'altra volta non mi ci capiterete.

— Tu impara a non essere presuntuoso!

Una domenica, al declinare del sole, quando l'animazione del lavoro cominciava a scemare e la ciurma delle vendemmiatrici trasportava gli ultimi cesti d'uva, Alfio Balsamo si spogliava silenziosamente in un angolo per la terza volta; infilava le mutandine che gli arrivavano a mezza coscia, afferrava il raffio e si disponeva ad arrampicarsi sulla tina. In quel momento arrivò il fattore, seguito da tre o quattro uomini, che si guardavano sorridendo.

— O Alfio! — gridò quello — c'è di fuori tua madre che vuol parlarti.

— E che diavolo volete da me? Non vedete che ho da fare?

— Dici piuttosto che hai vergogna di comparire in quel costume!

— Vergogna, io? Mi dispiace che non avete una moglie, perchè vi farei vedere se ho vergogna o no!

— Vuoi scommettere che non ti basta l'animo di venir fuori, così come sei?

— Scommettiamo cinque lire!