— Sono le mule, che scendono a bere.
Anna Laferra si cacciò avanti, risolutamente, equilibrandosi sui grossi ciottoli di cui il greto era sparso, mandando piccole grida, voltandosi ogni tanto a guardare se Alfio la seguiva. Egli la raggiunse.
Ora avanzavano a stento, smarriti fra le macchie, scostando con le braccia i rami più alti, schiantandone molti sul loro cammino. La scarsa luce del tramonto si perdeva in mezzo a quella fitta vegetazione; nell'aria bruna c'era un silenzioso sciamare di moscerini piccolissimi e fastidiosi. Poi alle macchie succedevano grossi ciuffi di oleandri selvaggi, sul verde cupo dei quali i fiori rossi occhieggiavano.
— Come son belli!
Alfio corse a staccare il ramo più fiorito, e venne ad offrirlo ad Anna, che si era distesa per terra, sopra un tappeto di erbe. Lei buttò gli oleandri da parte e lo attirò in quella frescura odorosa, nella penombra trapelante della cupa verdezza.
Come lo ebbe a fianco, mormorò:
— Perchè mi dicesti quella parola?
Alfio le rispose, sulla bocca:
— Perchè io muoio per te.
Il sole si nascondeva dietro i poggi e alcune nuvole rossastre si rispecchiavano sul fiume brontolante. Il concerto dei trilli, dei zirli, dei gracidii, dei fischi, dei zufolii si faceva tutt'intorno più alto, tra il profumo degli oleandri e gli effluvii delle erbe aromatiche. I campanacci delle mule risuonavano più fiochi, nella lontananza.