— Ma le male lingue cominciano a parlare, ti dico, e tu mi comprometti!

— E io allora come faccio? — rispondeva, quasi piangendo. — Non ti debbo veder più?

— T'avvertirò, quando sarà possibile...

Alfio gironzava attorno a quella casa, come un cane senza padrone, e non sapeva levar gli occhi dal balconcino pieno di vasi di garofano dove prima Anna Laferra metteva i suoi segnali e che ora restava sempre chiuso. Egli se ne andava a cercare la comare Angela, la vicina di Anna, e si metteva a pregarla in croce:

— Diteglielo, che mi fa morire di morte lenta...

La comare Angela rispondeva che quella poveretta era malata per causa di lui, che bisognava lasciarla in pace e finirla, una buona volta.

— Finirla? — ripeteva Alfio, con le mani pendenti e la bocca aperta. — Finirla, come?

E gli veniva una voglia di andare a sfondare quell'uscio, a calci, e di andarle a sputare in faccia, a quella infame!

— Dopo quel che ho fatto per lei! Dopo che mia madre è messa a piangere come Maria Addolorata!

La domenica, vedendola alla messa, con lo scialle incrociato sul petto e gli occhi a terra, egli contorceva il berretto fra le mani, e avrebbe voluto buttarlesi addosso, afferrarla pel collo bianco e ammazzarla, come la serpe che era! E schiacciare col tacco la testa a quel ranocchio di suo marito, che se ne stava seduto dal barbiere, col bastone fra le gambe, a pigliar tabacco e a sentirsi crescere le corna!