E si rimpinzava di droghe, di digestivi, mangiava per forza, si levava di tavola più disgustata di prima. Invece il duca di Santa Cita diluviava per due, con un appetito insaziabile; restava a tavola a fare il chilo, allentando le cinghie dei calzoni e del panciotto, pel troppo cibo.

La principessa andava a buttarsi un istante sul letto, ma non le davano il tempo di pigliar riposo. Appena notte, cominciava a venir gente: una processione continua di persone di ogni genere: vecchi abituati a prendere il caffè da lei e a sonnacchiare sui divani, lunghi sdraiati, con un sigaro spento fra le labbra: intere famiglie che prendevano posto intorno al tavolo del sette e mezzo, o della tombola, o della bassetta, secondo la stagione, o si sparpagliavano per le vaste sale dell'antico palazzo, come in casa propria, disponendo il modo di passar la sera; e poi certe figure enimmatiche, provinciali, forestieri che nessuno sapeva chi fossero, neppure la padrona di casa, la quale intanto stava sulle spine, annoiandosi al giuoco piccolo, andando di tanto in tanto a dare una capatina nella stanza appartata dove il marchese, padre Agatino, il dottor Felicetta e qualche altro facevano la forte partita a primiera.

— Principessa, non giuocate?

— Come fare, con tutta questa gente...

— Un giro soltanto!

Lei non sapeva resistere alla tentazione, perdeva, tornava in salotto tutta turbata, restava un istante per scomparire nuovamente e ritornare a pigliar posto al tavolo della tombola, nascondendo male la sua contrarietà.

— Non capisco come possiate divertirvi a questo giuoco! — diceva a donna Cecilia Morlieri, mettendosele a fianco.

— Il più bel giuoco è quello a cui si vince!

Come donna Cecilia era in istrettezze, da tanto che s'era divisa dal marito, comperava una sola cartella per volta, non arrischiava mai più di due soldi e lasciava il suo posto appena aveva una vincita, anche minima.

— Il bel giuoco dura poco!