E mentre nelle vie non c'era più nessuno, e la gente si preparava per la festa della sera, egli correva alla chiesa, sempre con la scala addosso, a spegner le candele, per aiutare il sagrestano che smorzava le lampade votive e ne faceva colar l'olio.
Don Delfo era andato a buttarsi sul letto, tastandosi il polso, palpandosi lo stomaco, ma non aveva avuto ancora il tempo di chiuder gli occhi che cominciarono ad arrivare le carrozze dei forastieri, con un grande schioccar di fruste e tintinnii di sonagli. E al batter delle quattro vennero di nuovo a chiamarlo, per le corse.
Nel viale, Ribottazzo e i suoi fratelli guidavano a mano i loro cavalli, da un capo all'altro, e i curiosi si affollavano da tutte le parti.
— Quel sauro ha la mosca! — osservava don Delfo, sul palchetto delle autorità, vedendo Ribottazzo farsi da canto, mentre il cavallo si rizzava sulle gambe e squassava la criniera.
Allo sparo d'un mortaletto, la folla si ritirò indietro sul viale, lasciando la pista libera. Un altro segnale, e due cavalli partirono, come freccie.
— Hop!... su!... ah!... — si gridava da tutte le parti, agitando le braccia, facendo schioccar le dita, per animare i corridori, che divoravano la via.
— Il sauro non mi piace; vuol succedere un guaio! — ripeteva il sindaco, mentre Ribottazzo passava una mano sui fianchi del cavallo, per calmarlo.
Ma al segnale della seconda corsa, egli lo lasciò andare, insieme col baio e la giumenta.
— Hop!... su!... ah!... — si gridava ancora, incitando gli animali.
Tutt'in una volta il sauro girò su sè stesso, come cercando la coda; nitrì furiosamente e si gittò sulla folla.