Il gelato costava cinque soldi e lo spumone il doppio; ma don Tino l'aveva fatto con coscienza, nella sorbettiera nuova, e quella mezza lira non la rubava. Don Delfo, costretto a tener compagnia ai sindaci dei paesi vicini, al delegato, offriva loro lo spumone; e come sopravvenivano il capo-musica, il segretario, Napoleone, ne faceva portare ancora, per tutti.

— Ma lei non ne prende?

Don Delfo era combattuto dalla gola e dalla paura: lo spumone, verde e roseo, gli faceva venire l'acquolina in bocca; ma l'idea di pigliare un malanno lo atterriva.

— Ho lo stomaco guasto....

— Il gelato lo rimette!

E, non sapendo più resistere, ne prese anche lui, dapprima a poco per volta, tirando il respiro, poi avidamente.

Lo spumone andava a ruba ed il caffè era pieno zeppo. Quelli che non avevano trovato posto gironzavano di qua e di là, con le braccia pendenti e le gambe rotte, in cerca d'una sedia; ma in piazza, nella chiesa, all'osteria, erano tutte occupate....

— Le cantate!... Le cantate!... — si gridò da ogni parte, come s'intesero degli spari.

I cantanti erano divisi in due partiti: quello degli operai che veniva da un lato e quello dei contadini che si avanzava dall'altro; tutti e due erano preceduti dai monelli con le fiaccole e da una sezione della banda.

— Più presto! — ordinava Senio Spata ai suoi. — Bisogna entrare in piazza pei primi.