— Avanti tutti! — gridava Rocco Minna — Non ci lasciamo pigliar la mano!

A quel nuovo afflusso di gente la folla si fece ancora più fitta. Ma mentre i due partiti cantavano le lodi di San Placido, su motivi della Norma e del Ballo in Maschera, e i capi battevano il tempo con le palme delle mani, cominciarono a cadere alcune goccie d'acqua.

— In chiesa! In chiesa!

— Addio fuochi!

— Fermi, non è niente. Viva San Placido!

Infatti la pioggia s'arrestò. Allora si diede principio agli spari. I cantanti offrivano i fuochi a San Placido e la piazza pareva incendiarsi ai chiarori delle fiaccole, delle girandole, dei razzi; e come la banda suonava e le campane squillavano, il fracasso era assordante.

— Un quarto d'ora di fuoco! — si dicevano gli operai, sicuri di non poter essere superati dal partito contrario.

Ma i contadini tenevano in serbo la novità da sbaragliare gli avversarii: un pallone che si alzò per aria e dal quale cominciarono a scappar dei razzi d'ogni colore.

— Questo non era pane pei vostri denti! — gridò Rocco Minna a Senio Spata, ubbriacato dal trionfo.

— Con chi parli?