— Almeno non bevete! — gli raccomandò la moglie. — Lo sapete che il vino è il vostro nemico.

— Va al diavolo!

La comare Venera se ne andò con Vanni in chiesa, per offrire il cero al Santo e far mettere il figliuolo sulla barella. Il sagrestano, presa la torcia, la pesò con la mano e la infisse sopra uno dei chiodi ai piedi della statua. Ce n'erano tre file, di torcie, con ogni sorta di nastri e di mazzi, e San Placido quasi vi scompariva dietro.

Il campanone suonava a processione e le confraternite entravano in chiesa una dopo l'altra. Il sagrestano, con una zimarra paonazza che gli andava svolazzando fra le gambe, assegnava a ciascuno il suo posto e accendeva le torcie dei fratelli, dei preti e dei canonici. Poi afferrò Vanni il sordo e lo adagiò a cavalcioni sulla grossa stanga della barella.

— Viva San Placido!

I devoti si cacciarono sotto la macchina pesante, e Senio Spata e Rocco Minna dirigevano l'operazione, ciascuno dalla sua parte. La processione uscì dalla chiesa; prima i tamburini, coll'uniforme rossa e gialla; poi i gonfalonieri, con l'asta degli stendardi sullo stomaco; poi le confraternite, il clero, il vicario, e infine San Placido e Vanni il sordo portati a spalla. Dietro, la banda e una folla.

— Viva San Placido!

Peppe Duro, col mortaio in mano e le bombe in tasca, andava sparando sul percorso del corteo; dalle finestre piovevano pezzi di carta colorata e di tratto in tratto tutti si fermavano, mentre nuovi devoti venivano ad offrire altre torcie.

— Viva San Placido!

Quando Senio Spata dava il segnale degli evviva, Rocco Minna non apriva bocca; se Rocco Minna gridava pel primo, Senio Spata s'asciugava il sudore. La comare Venera, scalza, sgranando il rosario, guardando il figliuolo che traballava ad ogni riscossone della barella, con le gambe spenzolanti, si raccomandava al Santo per la grazia. Ma, improvvisamente, si sentì chiamare: