— Comare Venera!... Vostro marito... gli è ripreso il male!
Compare Neli era buttato come un morto sotto il banco dell'osteria, con una bava alla bocca; e appena lo toccavano si dibatteva come un pesce fuori dell'acqua.
— Soccorretelo, don Gerolamo, per carità!... — La comare Venera lo affidò al farmacista, e corse a pregare dietro la processione.
Al cader della notte la piazza si rianimava; si accendevano i lumi, i venditori ambulanti vociavano; lo zio Vito, con un sacco di nocciole sulle spalle, andava vendendo di qua e di là, e solo il caffè di don Tino restava chiuso. La folla continuava a gironzare; la gente stanca si buttava per terra, sugli scalini della chiesa, sbadigliando; i bambini dormivano con le teste dondolanti sulle spalle delle mamme, e un ragazzo smarrito piangeva fra le gambe della gente.
Partita da un lato, la processione tornò da un altro, dopo aver fatto il giro del paese. Una metà delle candele erano spente, il mortaio di Peppe Duro scottava, i suonatori soffiavano negli strumenti, con le faccie accese; i portatori si fermavano ad ogni passo, ma gridavano ancora con le voci rauche:
— Viva San Placido!
Vanni, mareggiato, traballava sulla barella, e la comare Venera, come la grazia non veniva e la processione stava per rientrare, pregava:
— San Placido bello, fate la grazia al figlio mio!
Vicino alla chiesa, la folla si fece più fitta ancora intorno al Santo; lo zio Vito circolava a stento vendendo le sue nocciole e il sagrestano raccoglieva le colature delle torcie.
— Girate a sinistra! — ordinò Senio Spata ai portatori, per far passare San Placido dinanzi al Circolo degli Operai.