— Che modo è questo di stare in società? Dove hai imparato l'educazione?...
A poco a poco la gente se ne andava e le sale restavano vuote, illuminate a giorno, nella notte alta. Nella stanza dei giuocatori le candele finivano di consumarsi, con una fiamma lunga, rossastra, illuminante le faccie gialle o infocate. La principessa trangugiava la terza o la quarta tazza di caffè. Al profondo russare del Restivi rispondeva in cadenza, come un'eco, il ronfo leggiero, inquieto, del cameriere nell'anticamera.
II.
Alla luce del giorno, i guasti prodotti nella casa della principessa apparivano da ogni parte. Sui divani, sulle poltrone, il grasso delle capellature aveva messo delle macchie nerastre nel rosso cupo, nel giallo, nell'azzurro delle stoffe, i cui piccoli strappi andavano allargandosi, scoprendo qua e là la ruvida tela; i tappeti erano costellati di sputacchiature, cosparsi di mozziconi di sigari calpestati, di fiammiferi spenti, di ogni sorta di residui; le dorature delle porte si discrostavano; le tende cadevano a lembi; le seggiole zoppicavano; nell'anticamera i mattoni rotti, distaccati, risuonavano sotto i passi: una rovina lenta e continua.
— Un giorno o l'altro bisognerà rifare ogni cosa!
E chiusa nella sua camera, insieme coll'amministratore, una bella mattina la principessa si occupava finalmente dei suoi affari.
— Avete fatto i conti della Falconara?
— Principessa, non ho avuto tempo. Sa che il mio romanzo è cominciato a pubblicarsi nell'appendice dell'Imparziale?
— E le cambiali?
Ma don Peppino, col capo alla letteratura, non sapeva mai la situazione precisa della casa, e chiamava Agostino Giarrusso, il contabile, per esserne informato.