Ma il grande svago di Salvatore era un altro: era la lettura. Nelle lunghe ore che la bottega restava deserta e non si dovevano affilar rasoi nè spazzare capelli tagliati, egli divorava romanzi, seduto dinanzi alla porta, talmente assorto da non sentire nè vedere quello che accadeva per la strada. I romanzi glie li prestava l'amico Agostino, l'antico contabile della principessa di Roccasciano; ma quando ne capitava uno che gli piaceva davvero, lo andava a comprare addirittura. Così aveva messo assieme una piccola libreria: i Misteri di Parigi, il Cornuto, i Vermi, le Avventure di Rocambole, i Miserabili e finalmente il Conte di Monte Cristo, ch'egli sapeva quasi a memoria, tanto lo aveva letto e riletto.

Quei cinque volumi gialli, dopo aver fatto il giro dei suoi avventori, giacevano di qua e di là per la bottega, squadernati e unti, ma indispensabili a lui più degli stessi ferri del mestiere. Con Edmondo Dantès, con l'abate Faria, con Mercede, col signor Villefort e Caderousse e Massimiliano e Morcerf, con tutti quei personaggi meravigliosi e interessanti, Salvatore faceva vita assieme, si poteva dire, poichè li aveva sempre dinanzi agli occhi e parlava di loro come se fossero vivi.

La sera, quando venivano gli amici, a passare un'oretta, egli socchiudeva la porta, metteva fuori una bottiglia di vino e raccontava quella storia con più piacere che giuocando a briscola o chiacchierando dei fatti del prossimo.

— Dunque, s'era rimasti?...

— S'era rimasti che i gendarmi chiudevano Edmondo Dantès nel castello d'If....

Salvatore riassumeva gli avvenimenti precedenti, s'interrompeva per richiamare qualche particolare dimenticato; ma bisognava vederlo quando si rimetteva in carreggiata, ripigliando il filo del racconto! Allora si animava straordinariamente, come se tutti quei casi fossero capitati a lui in persona; si alzava in piedi, dava alla sua voce l'intonazione necessaria, trovava gesti energici ed espressivi che commentavano le parole e lasciava i suoi uditori sbalorditi, con la bocca aperta e gli occhi intenti. Ah! quella fuga dal castello! quei custodi che portavano il sacco con dentro il morto, che viceversa non era morto e sentiva quel discorso per lui incomprensibile! E quel rumore del mare, nella notte, mentre dondolavano il carico sull'abisso: «Uno!... due!... tre!...»

— Bene!... Bravo Salvatore!

— Sapete che a fare il cantastorie potreste egualmente guadagnarvi la vostra giornata? — diceva Giovanni Santoro.

— Alla generosità di lor signori! — E Salvatore faceva il giro della compagnia, col berretto in mano, per raccogliere le offerte. Coi soldi che mettevano assieme compravano delle castagne o delle carrube arrosto, roba che metteva sete e faceva vuotare i bicchieri d'un sorso solo.

— Alla salute della società!