In un perenne ragionar sepolto,
Alla guardia seder del mio dolore.
Perchè, non solamente nulla ottenne egli da quella donna, ma nulla le chiese, nulla le disse; e quantunque assicuri che
Vive quel foco ancor, vive l'affetto,
Spira nel pensier mio la bella imago
Da cui, se non celeste, altro diletto
Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago;
pure, col tempo, la memoria della sua passione a poco a poco, naturalmente, si disperde. Un'altra tosto ne nasce.
Una fanciulla di umile condizione, Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, lo innamora. Che cosa dovrà essere questo sentimento noi possiamo prevedere da quel che egli dice intorno alla seduzione esercitata dalle giovanette, dalle vergini. Se una donna, come era la Cassi, “è più atta a inspirare e maggiormente mantenere una passione,„ egli giudica che una fanciulla dai sedici anni ai diciotto anni “ha nel suo viso, nei suoi moti, nelle sue voci un non so che di divino che niente può agguagliare. Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto, allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta, quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume, che si legge sul viso e negli atti, e che voi nel guardarla concepite in lei e per lei, quell'aria d'innocenza e d'ignoranza completa del male, delle sventure, dei patimenti; quel fiore insomma, anche senza innamorarvi, anche senza interessarvi, fanno in voi un'impressione così viva, così profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardare quel viso; ed io non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l'anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un'idea d'angeli di paradiso, di divinità, di felicità. Tutto questo, io ripeto, senza innamorarci, senza muoverci desiderio di posseder quell'oggetto. La stessa divinità che noi vi scorgiamo, ce ne rende in certo modo alieni, ce la fa riguardare come di una sfera divina e superiore alla nostra, a cui non possiamo aspirare....„ La gentile Teresa, se da principio gl'ispira questo senso di umile e trepida ammirazione, presto lo infiamma d'amore prepotente. Quando, di maggio, ella siede intenta alle opere femminili e fa risonare tutt'intorno il suo perpetuo canto; ed egli, lasciate le sue carte, ascolta quei suoni, il volto gli si discolora; e se volge lo sguardo alle vie dorate, agli orti, al mare, al monte, la sua felicità è infinita:
Lingua mortal non dice