Oggi, e domani abbatterà, per girne

Raccozzando i rottami, e per riporlo

Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente!

Quanto estimar si dee, che fede ispira

Del secol che si volge, anzi dell'anno,

Il concorde sentir!

Mentre si dice e si ode dire che la futura umanità sarà migliore della nostra, nello stesso tempo “diciamo e udiamo dire a ogni tratto: i buoni antichi, i nostri buoni antenati; e uomo fatto all'antica, volendo dire uomo dabbene e da potersene fidare.„ Tale è il giudizio degli uomini: “Ciascuna generazione crede dall'una parte, che i passati fossero migliori dei presenti; dall'altra parte che i popoli migliorino allontanandosi dal loro primo stato ogni giorno più.„ Altro sciocco inganno: “In ogni paese i vizi e i mali universali degli uomini e della società umana sono notati come particolari del luogo. Io non sono mai stato in parte dov'io non abbia udito: qui le donne sono vane e incostanti, leggono poco e sono male istruite; qui il pubblico è curioso de' fatti altrui, ciarliero molto e maldicente; qui i danari, il favore e la viltà possono tutto; qui regna l'invidia, e le amicizie sono poco sincere; e così discorrendo; come se altrove le cose procedessero in altro modo. Gli uomini sono miseri per necessità, e risoluti di credersi miseri per accidente.„ Essi s'arrogano il vanto dell'eternità e sognano la loro fortuna nel futuro, e non s'accorgono “che la vita di questo universo è un perpetuo circuito di produzione e di distruzione,„ e che la stessa terra e gli stessi soli “dovranno venire in dissoluzione, e le loro fiamme dispergersi nello spazio.„ Altri mondi sorgeranno, altre creature nasceranno delle quali nulla si può predire; ma questa nostra progenie, non che perfezionarsi col tempo, dovrà probabilmente perire dei suoi proprii vizii. La disperata fantasia del Leopardi prevede che gli uomini mancheranno “parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l'un l'altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell'ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male.„ Egli non si può pertanto “dilettare e pascere di certe buone aspettative, come veggo fare a molti filosofi in questo secolo„; e la sua disperazione è “intera, e continua, e fondata in un giudizio fermo e in una certezza.„

III. LO SCETTICISMO.

Pure, disperando di tutto, non credendo ai piaceri dei sensi, alle gioie dell'amore, ai premii della gloria, alla consolazione della famiglia, alla bontà dei simili, alla possibilità del progresso; resta ancora un'àncora, la più salda: Dio. Quei beni che il mondo nega possono essere a usura compensati dal cielo; se il corpo umano e la stessa terra che lo sostiene sono condannati a perire, una vita immortale può sorridere all'anima. La fede è l'ultimo rifugio.

Ma la fede dev'essere cieca, e lo spirito indagatore la distrugge. Fin dai primi anni della sua vita morale, quando gl'insegnamenti paterni erano ancora da lui ascoltati, quando la pietà cristiana ereditata dalla nascita, succhiata col latte, era in lui fervida, il Leopardi cominciò, se non a dubitare, a discutere. Nel suo studio sugli Errori popolari degli antichi egli esaminò prima degli altri i molti che si riferiscono alla Divinità; ma ciò che al moderno, al cristiano, sembrava errore, fu pure la credenza di quegli antichi Padri dei quali egli doveva più tardi invidiare la sorte! Se gli uomini s'ingannarono una volta, chi assicura che non si possono ingannare ancora? Egli quasi presentiva questa conseguenza della sua critica, quando s'ingegnava di distinguere la superstizione dalla religione e la credulità dalla fede. “La superstizione, dice Teofrasto, è un timore mal regolato della Divinità. Questa definizione non conviene all'uopo nostro. Più opportuna è quella di un moderno: La superstizione è un abuso della Religione nato dall'ignoranza. Avrebbe potuto dire: è un effetto dell'ignoranza di chi pratica la religione.„ Egli così si studia di dimostrare a sè stesso la ragionevolezza dell'esame. “Il volgo è naturalmente religioso. Questa qualità è ottima. Ma quasi nessuna delle buone qualità del volgo si contiene dentro i suoi limiti, e tutto ciò che eccede i suoi limiti è cattivo in quanto li eccede. La sola scienza può fissare il punto preciso, oltre il quale non debbono estendersi gli effetti di una virtù, o di una prevenzione giusta ed opportuna. È impossibile che l'ignoranza conosca questo punto, e per conseguenza è quasi impossibile che le stesse buone qualità del volgo non producano qualche cattivo effetto. La Religione ha prodotta la superstizione; e poichè il male che nasce da un gran bene suol essere grande ancor esso, è evidente che la superstizione deve essere un male considerabilissimo, poichè la Religione è il più grande di tutti i beni, ed essa corrompe la Religione. Il rispetto giustissimo, che si ha per questa augusta madre della umanità, applicato a cose chimeriche, rende difficilissimo al saggio il guarire i popoli dalla superstizione. Massime erronee si venerano come quelle che insegna la più pura delle dottrine, si vuole che esse facciano causa commune colla Religione, e si crederebbe, rigettando quelle, mancare a questa. Il popolo reputa empio chi disprezza l'oggetto delle sue superstizioni: un uomo nemico dei pregiudizii è, secondo lui, un irreligioso.„ Non potrebbe darsi che il popolo avesse ragione? Per creder bene non bisogna credere tutto? Quando il dubbio comincia, chi può dire dove si arresterà? Egli si sdegna perchè “il nome di Filosofo è divenuto odioso alla più sana parte degli uomini. Ormai esso non significa più che infedele.„ Ma quest'effetto non è purtroppo naturale? Non si produrrà, non è sul punto di prodursi anche in lui? Per ora egli se ne sdegna, e tenta rassicurarsi, e scioglie un inno alla fede nella quale è nato: “Sì, dice Bacone, una tintura di filosofia allontana gli uomini dalla Religione. Verità terribile, ma della quale possiamo consolarci con ciò che soggiunge quel gran conoscitore dello spirito umano: una cognizione soda della filosofia li riconduce al suo seno. Religione amabilissima! è pur dolce poter terminare col parlar di te ciò che si è cominciato per far qualche bene a quelli che tu benefichi tutto giorno; è pur dolce poter concludere con animo fermo e sicuro, che non è filosofo chi non ti segue e non ti rispetta, e non v'ha chi ti segua e ti rispetti che non sia filosofo. Oso pur dire che non ha cuore, che non sente i dolci fremiti di un amor tenero, che soddisfa e rapisce; che non conosce le estasi in cui getta una meditazione soave e toccante, chi non ti ama con trasporto, chi non si sente trascinare verso l'oggetto ineffabile del culto che tu c'insegni. Comparendo nella notte dell'ignoranza, tu hai fulminato l'errore, tu hai assicurata alla ragione e alla verità una sede che non perderanno giammai. Tu vivrai sempre, e l'errore non vivrà mai teco. Quando esso ci assalirà, quando coprendoci gli occhi con una mano tenebrosa minaccerà di sprofondarci negli abissi oscuri che l'ignoranza spalanca avanti ai nostri piedi, noi ci volgeremo a te, e troveremo la verità sotto il tuo manto. L'errore fuggirà come il lupo della montagna inseguito dal pastore, e la tua mano ci condurrà alla salvezza.„